NORA EPHRON.
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NON MI RICORDO NIENTE.
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Titolo originale: I Remember Nothing And Other Reflections.
Traduzione di: Katia Bagnoli.
2011. De Agostini Libri, NOVARA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nora ha un problema con la memoria. E non
c'entra l'et.  una cosa che va avanti da quando
aveva trent'anni. Ci sono le prove. I personaggi
incontrati di cui non ricorda nulla: Eleanor
Roosevelt, i Beatles, ma anche Peter Ustinov,
Benny Goodman, Cary Grant (Cary Grant!).
Che cosa dissero? Com'erano vestiti? Nessuna
idea. Gli eventi, anche importanti, in cui lei era
in prima fila e che tuttavia non hanno lasciato
traccia: le manifestazioni a Washington contro la
guerra in Vietnam, la sera alla Casa Bianca in cui
Nixon diede le dimissioni, almeno un centinaio
di partite dei Knicks e un'infinit di concerti
rock, alcuni persino leggendari. Non  stata
a Woodstock, ma che differenza fa? Tanto non
se lo ricorderebbe. In questa deliziosa raccolta
di saggi, ci sono per anche le cose di cui Nora
si ricorda benissimo. Come si fece assumere da
Newsweek a ventun anni. I tab di sua madre
(Non comprare mai un cappotto rosso). Le
telefonate di suo padre. Perch fin la sceneggiatura
di Harry ti presento Sally, pur avendo pensato
che non valesse nulla. Il tremolio delle luci
di Manhattan. L'amore, l'amicizia e la perdita.
La sua ricetta dei pancake alla ricotta. Ci di cui
farebbe volentieri a meno (Le e-mail, I reggiseni,
I sondaggi attestanti che il trentadue per
cento degli americani crede nel creazionismo) e
quello di cui invece sentir la mancanza (L'autunno,
Leggere a letto, Ridere, Il burro)
quando avr davvero dimenticato tutto il resto.
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L'AUTRICE.
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Scrittrice, sceneggiatrice e regista, Nora Ephron vive
a New York con il marito, Nicholas Pileggi. Ha firmato
gli screenplay di Silkwood (1983), Heartburn -
Affari di cuore (1986), Harry ti presento Sally (1989) e
Avviso di chiamata (1999) e diretto Insonnia d'amore
(1993), C'post@ per te (1998) e Julie & Julia (2009),
ottenendo tre nomination agli Oscar per la miglior
sceneggiatura originale. E autrice di diversi libri, veri
best seller negli Stati Uniti, fra i quali sono stati tradotti
in Italia Affari di cuore (1986) e Il collo mi fa
impazzire. Tormenti e beatitudini dell'essere donna
(2007). Tiene un blog su The Huffington Post.
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Per Richard e Mona.
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Non mi ricordo niente.
Sono anni che dimentico le cose, almeno da quando
ne avevo trenta. Lo so perch ho gi scritto sull'argomento.
Ne ho le prove. Ovviamente non ricordo
dove l'ho scritto, o quando, ma se fosse necessario credo
che riuscirei a recuperarlo.
Nei primi tempi mi sfuggivano le parole, i nomi delle
persone, e facevo quello che si fa in questi casi: scorrevo
un dizionario mentale cercando di rintracciare
con quale lettera cominciava il nome, e da quante sillabe
era composto. Alla fine la parola perduta veniva
ripescata. Non mi chiedevo se queste dfaillance fossero
le avvisaglie di una malattia o della vecchiaia, o
di una vera e propria senilit precoce. Ero convinta
che quel che dimenticavo sarebbe tornato prima o poi.
Un giorno entrai in un negozio per comprare un libro
sull'Alzheimer e mi accorsi di non ricordarne il titolo.
Mi sembr una cosa buffa. E lo era, all'epoca.
Ecco qualcosa che non sono mai riuscita a ricordare:
il titolo di quel film con Jeremy Irons. Quello che parla
di Claus von Bulow. Avete capito quale. Non sono mai
riuscita a ricordare altro, se non che erano tre parole
e che quella centrale era of. Per molti anni non me ne
sono preoccupata, perch non c'era nessuno fra i miei
conoscenti che l'avesse presente. Una sera ci ritrovammo
in otto al cinema e nessuno lo ricordava. Durante
l'intervallo uno del gruppo usc per cercarlo su Google
e poi ce lo disse, e tutti giurammo che non lo avremmo
pi dimenticato. Forse gli altri sette se lo ricordano, ma
io sono tornata al punto di partenza, quando sapevo
solo che era composto da tre parole e in mezzo c'era of.
A proposito, quando alla fine scovammo il titolo quella
sera, ci trovammo tutti d'accordo sul fatto che fosse
brutto. Non c'era da stupirsi che non lo ricordassimo.
Guarder su Google. Torno subito...
Il titolo  Reversal of Fortune.
Come si fa a ricordare un titolo simile? Non c'entra
niente con la storia del film.
Ma eccoci al problema: dimentico cose da anni, per
ora le dimentico in un modo diverso. Un tempo credevo
di poter recuperare l'elemento perduto, prima o
poi, e di riuscire a imprimerlo nella memoria. Adesso
so che non mi  possibile. Ci che  andato  scomparso
per sempre. E le cose nuove scivolano via.
L'altra sera un tale mi ha riferito di avere un disturbo
neurologico che gli impedisce di ricordare le facce.
A volte si guarda allo specchio e non sa chi sia la persona
riflessa. Non  mia intenzione sminuire la sofferenza
di quest'uomo, e sono sicura che la sua  una malattia
vera e propria con un lungo nome scritto tutto maiuscolo,
per sono riuscita solo a pensare: benvenuto nel
mio mondo. Un paio di anni fa l'attore Ryan O'Neal
confess che poco tempo prima gli era capitato di non
riconoscere la figlia Tatum a un funerale e di averle fatto
delle avance. Tutti lo avevano giudicato severamente per
questo, eccetto la sottoscritta. Un mese prima, mentre
ero in un centro commerciale di Las Vegas, avevo visto
una bella signora venirmi incontro sorridendo, le braccia
spalancate, e avevo pensato: chi  questa donna?
Dove l'ho conosciuta? Poi lei mi aveva rivolto la parola
e mi ero resa conto che era mia sorella Amy.
Magari potreste dire: come poteva sapere che sua sorella
si trovava a Las Vegas? Mi duole ammettere che
non solo ne ero al corrente, ma che ci eravamo date
appuntamento proprio in quel centro commerciale.
Tutto ci mi rende triste e malinconica, ma soprattutto
mi fa sentire vecchia. Non ci sono solo i segni fisici.
A volte mi ripeto. Uso l'espressione Quand'ero
giovane. Spesso non colgo una battuta, anche se fingo
di averla capita. Se vado a teatro o al cinema a vedere
lo stesso spettacolo per la seconda volta,  come se
non lo avessi mai visto, anche se l'ho visto di recente.
Non ho idea di chi siano le persone sulle pagine di
People.
Per un po' ho pensato che il mio disco fisso fosse pieno;
ora mi vedo costretta a concludere che  vero l'opposto:
il disco si sta svuotando.
Non ho ancora raggiunto il nadir della vecchiaia, la
Terra dell'Aneddoto, ma ci sono vicina.
Lo so, lo so, avrei dovuto tenere un diario. Avrei dovuto
conservare le lettere d'amore. Avrei dovuto affittare
un deposito a Long Island per immagazzinare
tutte le carte e i documenti che credevo di non aver pi
bisogno di rileggere.
Non l'ho fatto.
E talvolta mi tocca concludere che non mi ricordo
pi niente.
Per esempio: ho incontrato Eleanor Roosevelt nel
giugno del 1961, quando stavo per cominciare un praticantato
alla Casa Bianca di Kennedy. Tutte le laureate
di Wellesley/Vassar erano andate a Hyde Park a
conoscere l'ex first lady. Ero al settimo cielo. A casa,
nella taverna, avevamo una foto di lei insieme ai miei
genitori, dietro le quinte di un teatro dove andava in
scena una loro commedia. Mia madre aveva un fiore
appuntato sul vestito e Eleanor portava una collana di
perle. Era una foto che mi era sempre sembrata iconica,
se uso l'aggettivo correttamente, cosa che farei per
la prima volta. Eravamo una delle migliaia di famiglie
(soprattutto ebree) che avevano una taverna e una fotografia
di Eleanor Roosevelt appesa alla parete. Era
uno dei miei idoli. Non riuscivo a credere che ci saremmo
trovate nella stessa stanza. Quindi vi chiederete
come sia andata, quel giorno a Hyde Park. Non ne
ho idea. Non so pi che cosa disse n cosa indossava;
ho solo una vaga immagine mentale della stanza in cui
ci ricevette, anche se mi pare che ci fossero dei tendaggi.
Ecco che cosa ricordo invece: mentre andavo l, mi
ero persa. E da allora, ogni volta che sono sulla Taconic
State Parkway, mi torna in mente di essermi persa su
quella strada mentre andavo all'incontro con Eleanor
Roosevelt. Ma di lei non ricordo niente.
Nel 1964 i Beatles vennero per la prima volta a New
York. Io ero una reporter e mi mandarono all'aeroporto
a fare un servizio sul loro arrivo. Era venerd. Passai il fine
settimana seguendoli ovunque. Domenica sera fecero la
loro apparizione all'Ed Sullivan Show. Si pu dire che
quella sera ebbero inizio gli anni Sessanta, all'Ed Sullivan
Show. Fu una serata storica. Io cero. Ero nello studio
e guardavo. Ricordo com'erano insopportabili i fan
- le ragazzine urlanti che si agitavano come ossesse. Ma i
Beatles, com'erano? chiederete. Be', lo state domandando
alla persona sbagliata. In pratica, li sentivo a stento.
Ho marciato su Washington per protestare contro la
guerra in Vietnam. Era il 1967, e si trattava della pi
grande manifestazione del movimento pacifista. Decine
di migliaia di persone. Ci andai con un avvocato
con cui uscivo. Passammo quasi tutta la giornata in una
stanza d'albergo a fare sesso. Non ne vado affatto fiera,
lo racconto per spiegare perch in tutta onest non ricordo
niente della protesta, e neanche se sono riuscita
ad arrivare al Pentagono. Credo di no, ma non scommetterei
un centesimo n in un senso n nell'altro.
Norman Mailer ha addirittura scritto un libro su
quella marcia, Le armate della notte, che ha vinto il Pulitzer.
Io non riesco a scrivere neanche due paragrafi
sull'argomento. Se conosceste me e Norman Mailer
e qualcuno vi chiedesse chi di noi era pi fissato con
il sesso, di sicuro rispondereste: Norman Mailer. E vi
sbagliereste di grosso.
Ecco alcune persone che ho conosciuto e di cui non ricordo
niente:
Il giudice della Corte Suprema Hugo Black
Ethel Merman
Jimmy Stewart
Alger Hiss
Il senatore Hubert Humphrey
Cary Grant
Benny Goodman
Peter Ustinov
Harry Kurnitz
George Abbott
Dorothy Parker
Sono andata a vedere la partita di tennis fra Bobby
Riggs e Billie Jean King, e da dove ero seduta io non si
vedeva nulla.
La notte in cui Nixon diede le dimissioni sono andata
davanti alla Casa Bianca e l'unica cosa che ho da
raccontare  che mi hanno rubato il borsellino.
Sono stata a molti concerti leggendari dove ho passato
il tempo chiedendomi a che ora sarebbero finiti e
dove avremmo mangiato dopo, e se il ristorante sarebbe
stato ancora aperto e che cosa avrei ordinato.
Sono andata a veder giocare i Knicks almeno cento
volte e ricordo solo la sera in cui Reggie Miller segn
otto punti negli ultimi nove secondi.
Sono andata a seguire la guerra del 1973 in Israele
ma il mio analista mi ha proibito categoricamente di
raggiungere il fronte.
A Woodstock non c'ero, ma avrei anche potuto esserci,
perch in ogni caso non me lo ricorderei.
In un certo senso la mia vita  andata sprecata. In fondo,
se non la ricordo io, chi altri potrebbe ricordarla?
Il passato mi sfugge e il presente  un continuo affronto.
Non ce la faccio a tenere il passo. Quand'ero
pi giovane riuscivo a superare la resistenza nei confronti
delle novit. Dopo una breve fase di rifiuto, diventai
un'adepta del robot da cucina. La tecnologia mi
incuriosiva. La posta elettronica e i blog mi avevano
conquistata... li trovavo romantici, ho fatto persino dei
film sull'argomento, ma adesso credo che quasi ogni
novit sia comparsa sulla Terra per mettere in difficolt
la mia memoria vacillante, e ho eretto un muro per
proteggermi da quasi tutto.
Dall'altra parte del muro ci sono parecchie cose che
mandano segnali. Di solito li ignoro. Per molto tempo
non ho saputo che differenza c' fra sunniti e sciiti ma,
a furia di udire quei segnali, sono stata costretta a impararla.
Non posso fare a meno di chiedermi perch ci
tenessi. Non mi bastava sapere che non vanno d'accordo?
Oltretutto l'ho gi dimenticata.
In questo momento fra le cose di cui non voglio sapere
nulla ci sono:
Le ex repubbliche sovietiche
La famiglia Kardashian
Twitter
Tutte le serie di Housewives, Survivors, American
Idol e Bachelors
Il fratello di Karzai
Il calcio
La rana pescatrice
Jay-Z
Tutti i cocktail inventati dopo il Cosmopolitan
Specialmente quello con le foglie di menta pestate.
Avete capito quale.
Adesso lo cerco su Google. Torno subito...
Il Mojito.
Vivo nell'era di Google, non c' dubbio. E ci sono dei
vantaggi. Se ti dimentichi una cosa, tiri fuori il tuo
iPhone e vai su Google. Il Momento di Vuoto  diventato
il momento di Google, e ha un suono pi piacevole,
fresco, giovane, pi contemporaneo, non  vero?
Nel rispettare i criteri del meccanismo di ricerca, riesci
quasi a dimostrare che ce la fai a stare al passo, ti puoi
illudere che nessuno di quelli seduti intorno al tavolo
pensi che sei decrepita. E scovare il tassello mancante 
questione di un attimo. Sparito l'incubo del Momento
di Vuoto - la lunga ricerca della risposta, il tirare a indovinare,
l'autorecriminazione, l'incertezza, la pacca
sulla fronte, lo schiocco di dita frustrato. Vai su Google
e lo recuperi.
Non puoi recuperare la tua vita (a meno che tu sia su
Wikipedia, nel qual caso potrai recuperarne una versione
inesatta).
Per puoi recuperare il nome di quell'attore in quel
film sulla Seconda Guerra Mondiale. E il nome dell'autrice
di quel libro che parla della sua storia con quel
pittore. O il titolo di quella canzone cantata da quel
cantante, che parla d'amore.
Avete capito quale.
 
Io TI CONOSCO.

Io ti conosco. Ti conosco bene.  cos. Ho sempre
avuto qualche problema con il tuo nome, ma so come
ti chiami.  che in questo momento non mi viene in
mente. Siamo a una grande festa. Ci siamo salutati con
un bacio. Abbiamo conversato piacevolmente sul fatto
di essere rimaste le uniche due persone sulla faccia
della Terra che non si baciano su tutt'e due le guance.
Ora parliamo di quanto sembrano falsi quelli che si baciano
su tutt'e due le guance. Ah ah ah ah ah ah. Sei
molto simpatico. Se solo riuscissi a ricordarmi come ti
chiami!  imperdonabile. Sei stato a cena da me. Ho
provato a leggere il tuo ultimo libro. So come si chiama
la tua fidanzata. Quasi. Qualcosa come Chanelle. Non
proprio. Chantelle? Nemmeno. Per fortuna non  qui,
quindi non ho dimenticato entrambi i vostri nomi.
Comincio a disperarmi. Una cosa tipo Larry? E Larry?
No. Jerry? No. Per finisce con la Y. Il tuo cognome
ha tre sillabe. Comincia con la c o comincia con la G?
Mi gira la testa. Ma avviene un miracolo: il padrone di
casa propone un brindisi all'ospite d'onore. Grazie al
cielo posso rifugiarmi al bar.
Ci CONOSCIAMO?
Ci conosciamo? Penso di s, ma non ne sono sicura. Ci
hanno presentati, ma non ho sentito bene il nome, perch
la festa  molto rumorosa. Voglio presumere che ci
conosciamo e perci non dir: Piacere di conoscerla.
So cosa succede se dico: Piacere di conoscerla.
Dirai: Ci conosciamo gi. E lo dirai con un tono un
po' aggressivo, irritato. E siccome non mi dirai come ti
chiami, non avrei modo di cavarmela. Perci non dir:
Piacere di conoscerla. Dir : Come va?. E sorrider
radiosa. Non sembrer disperata. Intanto penser:
Dimmi come ti chiami, ti prego. Per favore, per
favore. Dammi un indizio. E probabile che arrivi mio
marito e allora ti dovr presentare e non potr farlo e
tu capirai che non ho idea di chi tu sia anche se magari
abbiamo passato un fine settimana insieme in barca
nel 1984. Con mio marito ho concordato un segnale
segreto che consiste nel dargli un pizzicotto sul braccio.
Il segnale significa: Presentati a questa persona,
perch non so con chi sto parlando. Per mio marito
se ne dimentica regolarmente e non posso fare affidamento
su una sua risposta ai miei pizzicotti, neanche
quando gli lasciano un livido. Vorrei sgridarlo per essere
cos smemorato, ma non sono nella posizione di
farlo, perch io per prima ho dimenticato (ammesso
che l'abbia mai saputo) il nome della persona con cui
sto parlando.
Vecchie amiche
Vecchie amiche? Direi di s. Sei molto contenta di vedermi.
E io sono contenta di vedere te. Ma chi sei? Oh
mio Dio, sei Ellen. Non ci posso credere. Ellen. Ellen!
Come stai?  da... da quant' che non ci vediamo?.
Vorrei suggerire che se non ti ho riconosciuta
subito  stato perch hai cambiato pettinatura, ma non
hai fatto niente ai capelli, niente che possa giustificare
il fatto di essere diventata irriconoscibile. Quello che 
successo  che sei invecchiata. Non ci credo. Avevamo
la stessa et e adesso sei molto, molto pi vecchia di
me. Sembri mia madre. A meno che,  ovvio, io non
sembri altrettanto vecchia senza saperlo. Il che non 
possibile. Oppure s? Mi guardo intorno e noto che
tutte hanno un'aria familiare - e quando cerco di capire
chi sono, scopro che mi ricordano una loro versione
precedente, una versione pi magra o pi sana o pre-chirurgia
estetica o pi alta. Se questo  vero per le altre,
dev'essere vero anche per me. Giusto? Non importa,
tu stai parlando. Maggie, mi dici  un secolo
che non ci vediamo. Non sono Maggie dico io.
Oh mio Dio, dici sei tu. Non ti ho riconosciuta.
Che cos'hai fatto ai capelli?.

 Giornalismo:
UNA STORIA D'AMORE.

Quel che ricordo  che durante il primo anno di
liceo avevano organizzato una giornata dedicata
al mondo del lavoro, e noi dovevamo indicare una professione
su cui volevamo avere informazioni. Io avevo
scelto il giornalismo. Non so perch. Sar stato per via
di Lois Lane, e anche perch un Natale mi avevano regalato
un bellissimo libro intitolato: Treasury of Great
Reporting. La giornalista che venne da noi quel giorno
era una cronista sportiva del Los Angeles Times. Era
molto affascinante, e durante il suo discorso accenn
al fatto che nei giornali lavoravano pochissime donne.
Ascoltandola, capii di colpo che desideravo con tutta
me stessa fare la giornalista e che probabilmente era un
buon sistema per conoscere degli uomini.
Quindi non saprei dire che cosa sia venuto prima, se
il desiderio di fare la giornalista o quello di fidanzarmi
con un giornalista. Erano inscindibili.
Durante il liceo e l'universit lavorai al giornale della
scuola, e una settimana prima di laurearmi a Wellesley,
nel 1962, trovai un lavoro a New York. Ero andata
in un'agenzia di collocamento sulla Quarantaduesima
Ovest e avevo detto all'impiegata che volevo fare la
giornalista. Lei aveva chiesto: Le piacerebbe lavorare
per Newsweek? e io avevo risposto di s. Mi aveva fissato
un appuntamento e mi aveva mandata subito alla
sede della rivista, al 444 di Madison Avenue.
L'uomo che mi fece il colloquio mi chiese per quale
motivo volessi lavorare da loro. Forse si aspettava che
dicessi qualcosa tipo: Perch  una rivista molto importante,
ma io non avevo alcuna opinione in merito.
Avevo a malapena letto Newsweek -, in quel periodo era
Time ad andare per la maggiore. Risposi che era perch
speravo di diventare una giornalista. Il mio interlocutore
si premur di assicurarmi che le donne che lavoravano
l non diventavano giornaliste. Non mi sarebbe
mai venuto in mente di obiettare, o di dire: Vedr che
sul mio conto si sbaglia. All'epoca si dava per scontato
che, se eri una donna e volevi fare determinate cose,
dovevi per forza essere l'eccezione alla regola. Venni
assunta come ragazza della posta, per cinquantacinque
dollari a settimana.
Avevo trovato un appartamento al 110 di Sullivan
Street con una compagna dell'universit. Era un brutto
edificio di mattoni bianchi, appena costruito, fra la
Spring e la Prince. L'affitto costava centosessanta dollari
al mese e i primi due mesi erano gratuiti. L'agente
immobiliare ci disse che il South Village era un
quartiere emergente e che presto sarebbe stato richiestissimo.
La sua previsione non si avver prima di altri
vent'anni, quando l'area prese il nome di SoHo e io
me ne ero gi andata da un pezzo. Comunque il giorno
della cerimonia di laurea noleggiai un'auto, ci caricai
tutti i miei averi e partii per New York. Mi persi solo
una volta... non sapevo che non si doveva prendere il
George Washington Bridge per arrivare a Manhattan.
Ricordo il mio terrore nel rendermi conto che cos sarei
finita nel New Jersey e che forse non avrei pi avuto
modo di fare inversione; avrei guidato verso sud all'infinito
e non avrei mai raggiunto la citt in cui avevo
sognato di vivere fin da quando avevo cinque anni e i
miei genitori mi avevano scriteriatamente costretta a
trasferirmi in California.
Quando finalmente arrivai in Sullivan Street scoprii
che c'era la festa di sant'Antonio. Parcheggiare
nell'isolato era impossibile e davanti a casa mia stavano
friggendo le zeppole. Non avevo mai sentito parlare
delle zeppole. Ero euforica e pensavo che la festa sarebbe
continuata per mesi e che avrei potuto mangiare
tutto lo zucchero filato che volevo. Invece la settimana
dopo era gi finita.
A Newsweek non c'erano ragazzi della posta, soltanto
ragazze. Se eri una laureata (come me) che aveva collaborato
al giornale dell'universit (come me), ti assumevano
come ragazza della posta. Se eri un ragazzo (come
io non ero) con le stesse qualifiche, ti assumevano come
cronista e ti mandavano in una redazione locale. Era
ingiusto, ma era il 1962 e cos andava il mondo.
Le mie mansioni non avrebbero potuto essere pi
prosaiche: le ragazze della posta smistavano la posta.
Stiamo parlando di molto tempo fa, quando la mole
di corrispondenza era spaventosa e arrivava a sacchi da
mattina a sera. Per io non ero soltanto una ragazza
della posta, ero anche la ragazza di Elliott, nel senso
che il venerd sera restavo in redazione fino a tardi per
portare gli articoli dei giornalisti ai capiservizio, uno
dei quali si chiamava Osborn Elliott. A volte il venerd
facevamo le tre, e l'indomani si doveva tornare al
lavoro molto presto, quando chiudevano le pagine di
politica interna ed estera. Era eccitante in un modo autoreferenziale,
il che  l'essenza stessa del giornalismo.
Finisci per credere sinceramente di essere al centro
dell'universo e che il mondo l fuori attenda con impazienza
il prossimo numero del tuo giornale.
In una zona delimitata da vetri vicino all'atrio c'erano
le telescriventi, e toccava a me prendere i telex, perch
di solito arrivavano dai corrispondenti e andavano
consegnati ai giornalisti e ai capiservizio. Una sera ne
arriv uno che parlava di Philip Graham, il proprietario
di Newsweek. Lo avevo visto alcune volte, un
bell'uomo, alto, cui le fotografie non rendevano giustizia
quanto a fascino e mascolinit. Faceva il giro della
redazione lanciando battute a voce alta con un sorriso
smagliante. Era in una fase maniacale della sua psicosi
maniaco-depressiva, ma questo non lo sapeva nessuno,
nessuno sapeva nemmeno che cosa fosse la psicosi
maniaco-depressiva.
Graham aveva sposato Katharine Meyer, la cui famiglia
possedeva il Washington Post, e adesso lui dirigeva
il Post e l'impero editoriale che controllava Newsweek.
Secondo quanto diceva il telex, Graham era nel
bel mezzo di un esaurimento nervoso e non faceva
nulla per nascondere la sua relazione con una ragazza
che lavorava per la rivista. In non so quale occasione
ufficiale, aveva tenuto un comportamento disdicevole
e aveva usato pi volte la parola cazzo. A quei
tempi era grave. Questa  una delle cose che mi fanno
diventare matta quando vedo un film ambientato negli
anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta: c' sempre
qualcuno che dice cazzo e vaffanculo. Credetemi:
nessuno imprecava come si usa fare oggi. Vi dico
un'altra cosa: nessuno beveva vino, in quegli anni. Neanche
si sapeva cosa fosse, il vino. O meglio, qualcuno
senz'altro lo avr saputo, ma di solito a cena si bevevano
superalcolici. Poco tempo fa ho visto un film in cui
si mangiava pizza da asporto nel 1948 e non ci ho visto
pi. Nel 1948 la pizza da asporto non esisteva. Quasi
non esisteva la pizza, e non esisteva neanche l'idea del
cibo d'asporto. Queste sono alcune delle cose che so,
cose perfettamente inutili che occupano troppo spazio
nel mio cervello.
Del crollo nervoso di Philip Graham - conclusosi con
il suo suicidio - i redattori parlavano continuamente
sottovoce e siccome io leggevo tutti i telex e captavo
tutto, persino i sussurri, ne fui affascinata. Avevamo
un archivio di ritagli che servivano per le ricerche; gli
archivi erano uno dei grandi piaceri del giornalismo.
Ci andavo, prendevo gli articoli che parlavano di Graham
e li leggevo fra un'incombenza e l'altra. Mi aveva
colpito la storia di quest'uomo straordinariamente attraente
e della ragazza ricca che aveva sposato. Anni
dopo lessi le loro lettere nella biografia di Kay Graham
e capii che si erano amati, ma quando spulciavo i ritagli
non l'avrei mai immaginato. Ne emergeva il ritratto
di un giovanotto ambizioso che aveva pensato bene di
sposare la figlia di un milionario. E adesso il matrimonio
stava andando a rotoli sotto i miei occhi. Era terribile
e drammatico, e alleviava la noia e la frustrazione
del mio lavoro.
Dopo qualche mese, fui promossa al livello successivo
degli impieghi riservati alle signorine di Newsweek.
Mi misero alla rassegna stampa. In pratica significava
ritagliare gli articoli di tutti i giornali del Paese. Ci
sedevamo al cosiddetto tavolo dei ritagli, armate di
taglierina e matite grasse, ritagliavamo i giornali e li
facevamo avere alle redazioni di competenza. Se per
esempio qualcuno usava una nuova cura per il cancro
a St. Louis, mandavamo il ritaglio alla sezione di medicina.
Era un lavoro tremendo nel quale, come se non
bastasse, ero molto brava. Comunque qualcosa imparai:
ebbi modo di conoscere tutte le principali testate
d'America. Sono sicura che la cosa mi  servita, anche
se non saprei dire in che modo. Anni dopo, quando
ebbi una relazione con uno che aveva una rubrica sul
Philadelphia Inquirer, se non altro sapevo che tipo di
giornale fosse.
Tre mesi pi tardi fui promossa di nuovo, questa
volta al livello pi alto: divenni una ricercatrice. Ricercatrice
era una parola elegante - e fantasiosa - per
verificatrice dei fatti, termine che descriveva meglio
il mio compito. Lavoravo per la redazione di politica
interna. Ero felicissima. Non era male, per una che si
era laureata da appena sei mesi, e proprio in Scienze
Politiche: mi occupavo di un campo del quale sapevo
qualcosa. Nella redazione c'erano sei giornalisti e
sei ricercatrici e lavoravamo da marted a sabato sera,
quando chiudevamo la rivista. Per quasi tutta la settimana
non facevamo niente. I giornalisti aspettavano
che arrivassero i pezzi dai corrispondenti delle varie
sedi, cosa che non succedeva fino a gioved o venerd.
Poi il venerd pomeriggio scrivevano tutti e infine affidavano
gli articoli a noi. Svolgevamo i controlli utilizzando
il materiale di consultazione che avevamo a disposizione;
di tanto in tanto facevamo una telefonata
o qualche piccola indagine. I giornalisti delle riviste di
quei tempi usavano spesso l'espressione tk, che stava
per to come, a seguire, quindi scrivevano frasi tipo:
Il lampadario della Camera dei Rappresentanti ha
tk lampadine e parte del mio lavoro consisteva nello
scoprire il numero esatto di lampadine. Queste notiziole,
dettagli insignificanti pi che fatti veri e propri,
erano una caratteristica delle riviste, ci che le distingueva
dai quotidiani; uno stile che raggiunse l'apoteosi
con Theodore H. White, ex giornalista del Time,
che scrisse una serie di libri, intitolati The Makingof th
President, pieni di informazioni su particolari come la
minestra preferita dal presidente Kennedy (zuppa di
pomodoro con un cucchiaio di panna acida). Di conseguenza,
la mangiai per anni.
Quando eri sicura di aver verificato scrupolosamente
i fatti, sottolineavi la frase. Il controllo di un articolo
poteva essere considerato concluso se ogni parola era
sottolineata. Un marted mattina, appena arrivammo
in redazione, scoppi la crisi. In uno dei servizi di
politica interna dell'ultimo numero c'era un errore:
il nome di Konrad Adenauer era stato scritto con la
C, anzich con la K. La responsabilit non ricadde n
sull'autore del servizio (un uomo) n sui redattori (uomini)
o sui capiservizio (uomini) che avevano passato
il pezzo, bens sui due ricercatori (donne) che avevano
fatto i controlli. Le accusate ora stavano discutendo su
chi di loro avesse sottolineato il nome Conrad. Questa
sottolineatura non  mia diceva una delle due.
Con il senno di poi, naturalmente, ho capito che il
sessismo, a Newsweek, aveva una funzione ben precisa.
Per ogni uomo, c'era una donna con una mansione
inferiore. Per ogni giornalista maschio, un'ombra femminile.
Per ogni sfavillante inventore di un dettaglio
insignificante-ma-ignoto, una giovane sgobbona sulla
quale si poteva contare per verificarlo. Per ogni responsabile
che sbagliava, una sottoposta da mettere in croce.
Ma ero troppo inesperta per rendermene conto, e
inoltre cominciavo a intuire che, con ogni probabilit,
l dentro non sarei mai diventata una giornalista. E, se
anche ci fossi riuscita, non ho alcuna ragione di ritenere
che sarei stata brava.
Il famoso sciopero dei quotidiani di centoquattordici
giorni (pi una serrata che uno sciopero) cominci
nel dicembre del 1962, e un effetto collaterale fu
che molti giornalisti, non potendo lavorare, vennero
a scrivere da noi, temporaneamente. Fra loro c'era
Charles Portis, cronista del New York Herald Tribune,
con cui uscii per qualche tempo, anche se questo non
 importante (pur non essendo privo di importanza).
Ci che importa  che Charlie, penna straordinaria
dallo stile inconfondibile (in seguito scrisse alcuni romanzi,
fra cui Un vero uomo per Mattie Ross), non se la
cavava troppo bene con gli articoli aridi, impersonali,
dalla lunghezza prestabilita e non firmati che uscivano
su Newsweek.
Nel frattempo ero diventata amica di Victor Navasky,
che pubblicava una rivista satirica, Monocle, e sembrava
conoscere tutti. Conosceva persone importanti e conosceva
persone che riusciva a far sembrare importanti
per il semplice fatto di conoscerle. Monocle usciva saltuariamente,
per dava un sacco di feste dove conobbi
persone che sarebbero rimaste mie amiche per sempre,
come la moglie di Victor, Annie, Calvin Trillin e John
Gregory Dunne. Victor mi present anche Jane Green,
una redattrice della Cond Nast. Era pi vecchia di me
- aveva venticinque anni - molto elegante e sofisticata,
e molto ben introdotta pure lei. Mi fece conoscere
l'omelette, il brie e il vitello tonnato. Usava la parola
pittoricista e cerc di spiegarmene il significato. Mi
chiese che specie di ebrea fossi quando ancora ignoravo
che esistessero diversi tipi di ebrei. Jane era un'ebrea
tedesca, non perch veniva dalla Germania ma perch
i suoi nonni erano nati l. Ne era estremamente compiaciuta.
Non avevo mai sospettato che potesse avere
importanza (e non ne aveva, in realt; quei tempi erano
passati).
Potrei andare avanti all'infinito a elencare tutte le
cose che imparai da Jane. Mi parl di de Kooning e mi
port al Musem of Modern Art a vedere la pop art e la
op art. Mi spieg le differenze tra Le Corbusier e Mies
van der Rohe. Aveva frequentato un certo numero di
giornalisti e scrittori celebri e, tramite lei, venni a conoscenza,
ancora prima di incontrarli, di molti dettagli
intimi sul loro conto. Alla fine, con uno di questi, ci
andai a letto, e ci segn la fine della mia amicizia con
Jane, ma sto correndo troppo.
Un giorno, a un mese dall'inizio della serrata dei quotidiani,
Victor mi chiam per dirmi che era riuscito a
trovare diecimila dollari per pubblicare alcune parodie
dei giornali newyorkesi e mi chiese se volevo scrivere la
parodia della rubrica mondana di Lonard Lyons sul
New York Post. Risposi di s, pur non avendo idea di
come fare. Avevo conosciuto Lyons - di sera andava da
Sardi's, dove i miei genitori cenavano spesso quando
erano a New York - ma non avevo mai prestato molta
attenzione alla sua rubrica. Telefonai alla mia amica
Marcia, che poco tempo prima aveva portato a spasso
i cani del figlio di Lyons, e le chiesi lumi. Mi spieg
che la rubrica di Lyons era una serie di aneddoti senza
capo n coda. Andai nell'archivio di Newsweek, lessi le
rubriche di alcuni numeri e poi ne scrissi una parodia.
Le parodie sono una cosa singolare. In tutta la vita non
ne ho scritte pi di cinque o sei; ti assalgono come un
vento impetuoso e le scrivi come se fossi posseduta. 
la cosa pi vicina alla recitazione che possa capitare a
un giornalista... per un po' ti cali in un personaggio, e
poi la rappresentazione finisce.
I giornali di Victor - il New York Pest e il Daily News
- arrivavano in edicola ma non vendevano. La parodia
non veniva capita - era molto prima di National Lampoon
e The Onion - e quasi tutte le copie tornavano al
distributore come rese. Per gli addetti ai lavori li leggevano.
Erano spassosi. I redattori del Post avrebbero voluto
portarci in tribunale, ma l'editore, Dorothy Schiff,
disse: Non siate ridicoli. Se possono parodiare il Post
possono anche scrivere per noi. Assumeteli. E cos
chiamarono Victor, e Victor chiam me per chiedermi
se volevo provare a lavorare al Post. Certo che volevo.
Alcuni giorni dopo andai nei loro uffici su West Street.
Era una gelida giornata di febbraio e mi persi cercando
l'ingresso dell'edificio, che in realt si trovava su
Washington Street. Presi l'ascensore fino al secondo
piano, percorsi un lungo corridoio buio e arrivai nella
redazione delle pagine newyorkesi. Pensai di aver sbagliato
piano. Era uno stanzone polveroso con le finestre
sporche affacciate sull'Hudson, dalle quali non si
vedeva niente. Nella penombra invernale tre o quattro
redattori erano seduti alle scrivanie. Mi offrirono un
servizio di prova per quando fosse finita la serrata.
C'erano sette quotidiani a New York, e il Post era il
meno importante, dal punto di vista della diffusione.
Era sempre stato un giornale liberal, che aveva avuto i
suoi giorni di gloria sotto la direzione di James Wechsler,
ma quell'epoca era tramontata ormai. Tuttavia contava
ancora su una solida base di lettori fedeli. Dopo sette
settimane di serrata, Dorothy Schiff lasci la Publishers
Association e riapr il giornale, e io presi due settimane
di congedo da Newsweek per cominciare il mio periodo
di prova. Mi ero preparata studiando il giornale ma,
soprattutto, ero stata imbeccata da Jane, che ci aveva lavorato
per un breve periodo. Mi spieg tutto quello che
c'era da sapere. Che il Post era un giornale del pomeriggio
e che i suoi articoli venivano chiamati notturni, e
che non andavano confusi con le notizie pubblicate dai
quotidiani del mattino. Erano servizi di varia attualit,
e costituivano la ragione per cui qualcuno comprava un
quotidiano della sera oltre a quello del mattino. In un
giornale come quello non valeva la formula Chi, Che
cosa, Come, Quando, Dove e Perch. Jane mi disse anche
che, all'assegnazione di un incarico, non avrei mai
dovuto dire: Non capisco, n tantomeno: Dove
si trova esattamente? o Come faccio a mettermi in
contatto con la tal persona?. Torna alla tua scrivania,
mi disse, e cerca da sola la soluzione. Consulta i ritagli
dell'archivio. Cerca nell'elenco del telefono. Apri le Pagine
Gialle. Chiama gli amici. Qualsiasi cosa, ma non
chiedere mai al tuo caposervizio che cosa devi fare o
come ci puoi arrivare.
Mi presentai per la prova aspettandomi che la redazione
delle pagine cittadine fosse diversa da come
l'avevo vista in quella buia giornata d'inverno, invece
non era cambiato niente, c'era solo un po' pi di luce.
Era una reliquia del passato, il set di un quotidiano
degli anni Trenta. Le scrivanie erano vecchie, le sedie
rotte. Fumavano tutti, ma non c'erano portacenere; le
sigarette appoggiate sul bordo dei tavoli bruciavano il
legno lasciando macchie scure. Dato che le scrivanie
non bastavano per tutti, nessuno ne aveva una propria,
a meno che non lavorasse li da vent'anni. Non avevi
nemmeno un cassetto a tua disposizione, e ti dovevi
conquistare un posto come nel gioco delle sedie musicali.
Le finestre non venivano mai pulite. Le porte della
redazione avevano vetri smerigliati coperti da uno
strato di polvere, e qualcuno ci aveva scritto lavami
con un dito. Non me ne poteva importare di meno.
Per met della mia vita avevo sperato di scrivere per un
quotidiano e ora era arrivata la mia occasione.
Durante la prima settimana firmai quattro articoli. Intervistai
l'attrice Tippi Hedren, andai all'acquario di
Coney Island per scrivere di due foche crestate che non
volevano saperne di accoppiarsi. Intervistai Nanni Loy,
un regista italiano. Mi occupai di un omicidio avvenuto
sulla Ottantaduesima Ovest. Venerd pomeriggio mi
proposero un posto in redazione. Uno dei giornalisti
mi offr da bere in un bar l vicino che si chiamava Front
Page, prima pagina. Non scherzo, si chiamava proprio
cos. Pi tardi prendemmo un taxi e passammo davanti
al Newsweek Building su Madison Avenue. Guardai in
su verso l'undicesimo piano, dove scintillavano le luci,
e pensai: Lass stanno chiudendo il numero della settimana
prossima e a nessuno gliene frega niente. Fu una
rivelazione sconvolgente.
Amavo il Post. Ovviamente era uno zoo. Il direttore
era un maniaco sessuale. Il caporedattore era un pazzo.
Certi giorni pareva che met dei giornalisti fossero
sbronzi. Ma io amavo il mio lavoro. Il primo anno imparai
a scrivere, attivit di cui non conoscevo nemmeno
i rudimenti. Redattori e capiservizio mi guidarono. Mi
svezzarono. Mi assegnarono pezzi brevi, all'inizio, poi
pi lunghi, poi serie da cinque. Imparavo sul campo e
dopo qualche tempo acquisii un senso istintivo della
struttura. C'era un redattore brillante, Fred McMorrow,
che veniva da me con il mio articolo corretto e mi
spiegava il perch dei suoi interventi. Mai cominciare
un pezzo con una citazione, diceva. Non usare mai altro
verbo che disse. Mai mettere qualcosa a cui tieni
molto nell'ultimo paragrafo, perch verr sicuramente
tagliato per ragioni di spazio. Joe Rabinovich, geniale
caposervizio, frenava i miei occasionali eccessi stilistici
e mi salv da una pessima figura quando Tom Wolfe
cominci a scrivere per l'Herald Tribune e io feci il patetico
tentativo di imitarlo. Stan Opotowsky, il vicedirettore,
mi assegn parecchi incarichi originali. Scrissi
delle ondate di caldo e delle ondate di gelo; feci servizi
sui Beatles e Bobby Kennedy e sul furto dello zaffiro
Star of India.
Lo staff del Post era ridotto all'osso, per c'erano pi
donne di quante se ne sarebbero potute trovare in tutti
gli altri quotidiani di New York messi insieme. La pi
grande fra i rewrite men del Post era una donna, Helen
Dudar. Ciao, tesoro, fammi vedere il pezzo. Allora il Post
usciva con sei edizioni al giorno, a partire dalle undici
del mattino per finire alle quattro e mezza del pomeriggio
con la chiusura della Borsa. Se c'era una notizia,
i cronisti chiamavano da un telefono pubblico e dettavano
i particolari ai redattori interni che mettevano
insieme l'articolo. La redazione delle pagine cittadine
era adiacente al locale dei tipografi e tutti quei rumori
- i giornalisti che battevano sui tasti delle macchine
per scrivere, le linotype, le telescriventi e le stampatrici
- incarnavano il fascino, l'idea stessa di giornalismo.
Rimasi al Post cinque anni, poi cominciai a scrivere
per le riviste. Credevo nel giornalismo. Credevo nella
verit. Credevo che, quando qualcuno sosteneva di
essere stato travisato, in realt esprimeva soltanto il disagio
di vedere le proprie parole messe nero su bianco.
Credevo che, quando gli attivisti politici accusavano i
media di cospirare contro di loro, non avessero idea del
fatto che nell'ambiente erano quasi tutti troppo inetti
per poter ordire complotti. Credevo che il giornalismo
fosse la mia vocazione perch ero cinica e distaccata. A
volte ammettevo che si trattava di difetti, per non lo
pensavo davvero.
Sposai un giornalista e non funzion. Poi ne ho sposato
un altro ed  andata bene.
Ora so che la verit non esiste, che le persone vengono
fraintese di continuo. Che i media pullulano di
cospiratori (e che, in ogni caso, l'inettitudine  una
forma di cospirazione). Che il distacco emotivo e il cinismo
ti aiutano solo fino a un certo punto.
Ma per molti anni sono stata innamorata del giornalismo.
Amavo la redazione della cronaca locale, amavo
il branco. Fumare e bere whisky e giocare a poker. Non
sapevo niente di niente, e facevo un mestiere in cui
non era richiesto sapere. Amavo la velocit. Le scadenze
da rispettare. Il fatto che, alla fine, con il giornale ci
incartavi il pesce.
Una cosa simile non la si pu inventare, ripetevo.
Sapevo fin da piccola che sarei andata a vivere a New
York, presto o tardi, e che il periodo precedente sarebbe
stato soltanto un intermezzo. Per molti anni New
York era stata l'oggetto delle mie fantasie. Pensavo
che fosse il luogo pi eccitante, magico e traboccante
di possibilit in cui si potesse vivere, un luogo dove se
volevi veramente qualcosa non era impossibile ottenerla,
un luogo dove sarei stata circondata da persone che
volevo assolutamente conoscere, dove sarei riuscita a
diventare l'unica cosa che valesse la pena di essere, una
giornalista.
E il tempo ha dimostrato che avevo ragione.

 LA LEGGENDA.

Sono cresciuta a Beverly Hills, in una casa in stile
spagnolo, nella zona pianeggiante. I miei genitori
avevano moltissimi amici, quasi tutti newyorkesi trapiantati
che lavoravano nel settore. Lo chiamavano
cos, il settore (quelli che non erano nel settore venivano
definiti i civili). Gli uomini scrivevano per
il cinema o per la televisione. Le mogli non facevano
niente: erano casalinghe, come si suol dire, per nessuna
di loro faceva i lavori di casa, perch tutte avevano
cuoche e cameriere e lavandaie. Anche nostra madre
aveva un aiuto domestico, per lei era diversa, perch
lavorava. Di' che tua madre non potr essere presente
perch deve lavorare. Pronunciava quella frase
diverse volte all'anno: serviva a esentarla dai colloqui
con gli insegnanti e da altre seccature, ma anche a farci
capire che lei era un gradino al di sopra delle altre madri.
Era un gradino al di sopra anche delle altre donne
in carriera: alcune lavoravano nel settore, come la costumista
Edith Head, con cui mia madre una volta mi
port a pranzo, ma nessuna aveva una carriera e anche
dei figli. Mia madre s. Inoltre serviva piatti squisiti, un
altro modo per ribadire il concetto. E riusciva a non far
scappare le cameriere. E vestiva con gusto.
L'idea della donna che pu avere tutto era di l da
venire, eppure mia madre aveva tutto. E poi rovin la
storia diventando un'ubriacona fuori di testa. Ma questo
sarebbe accaduto molto tempo dopo.
Ogni giorno, appena i miei genitori tornavano dal lavoro,
ci ritrovavamo tutti insieme nella taverna. Loro
bevevano l'aperitivo e per noi cerano le crudits, ma
non si chiamavano crudits a quel tempo, si chiamavano
semplicemente sedano e carote. Poi si cenava in sala
da pranzo. I piatti erano caldi, e le palline di burro erano
fatte con una spatolina di legno. C'erano l'antipasto,
la portata principale e il dolce. Eravamo convinti
che tutti vivessero come noi.
Alla nostra tavola si parlava di politica e dei libri che
stavamo leggendo. Ci raccontavamo gli episodi divertenti
accaduti a scuola quel giorno. Giocavamo con
le sciarade. Mia madre, che aveva fatto l'istruttrice
nei campi estivi, guidava i cori. Cantavamo Under th
spreading chestnut tree allargando le braccia e battendoci
il petto. Oppure The bells they all go tingalingaling
e facevamo tintinnare i cucchiai contro i bicchieri.
Imparavamo a credere in Lucy Stone, nel New Deal,
in Norman Thomas e Edward R. Murrow. Ci insegnavano
che le religioni istituzionali erano la radice di
ogni male e che Adlai Stevenson era Dio. Venivamo
indottrinate con le regole materne: Mai comprare un
cappotto rosso. Se si mangia carne rossa i capelli non
diventano grigi. Ti puoi alzare da tavola ma sarebbe
meglio di no. Il bustino indebolisce i muscoli addominali.
Fine e mezzi sono la stessa cosa.
E cerano le storie che hanno accompagnato la nostra
infanzia. Come mamma e pap si erano incontrati
e innamorati. La storia di loro due che fuggivano dal
campo estivo dove lavoravano per andare a sposarsi e
poter dormire nella stessa tenda. La storia di Minnie,
zia di mia madre, che era stata la prima donna dentista
al mondo. E infine - ed  qui che volevo arrivare - la
storia di quella volta che mia madre butt fuori di casa
Lillian Ross.
Una leggenda, pi che una storia.
A quanto pare Lillian Ross era venuta a una festa dei
miei genitori, i quali pi o meno una volta all'anno
organizzavano una cena per una quarantina di ospiti,
prendendo a nolo tavoli e sedie da Abbey Rents.
Servivano i manicaretti preparati dalla domestica che
lavorava per loro da molto tempo e mia madre sfoggiava
un abito di Galanos comprato per l'occasione.
Venivano invitati tutti gli amici: Julius J. Epstein (Casablanca),
Richard Maibaum (Il tempo si fermato, e in
seguito i film di James Bond), Richard Breen (La retata),
Charles Brackett (Ninotchka, Viale del tramonto)
e Albert Hackett con sua moglie, Frances Goodrich, i
pi quotati (L'uomo ombra, Sette spose per sette fratelli,
La vita  meravigliosa, Il diario di Anna Frank). Io mi
sporgevo dalla balaustra del piano di sopra e guardavo
la festa, ascoltando Herbie Baker (Gangster cerca moglie)
suonare il pianoforte dopo cena. Una sera intravidi
Shelley Winters, che stava con Liam O'Brien (Tu sei
il mio destino), e un'altra volta fecero la loro comparsa
Marge e Gower Champion. Questo fu il nostro massimo
di divismo.
Una sera fu invitato St. Clair McKelway. McKelway
era un famoso giornalista del New Yorker, e prima della
cena chiam per chiedere se poteva portare un'amica,
Lillian Ross. Sapeva chi fosse? chiese a mia madre.
Certo che lo sapeva. Il New Yorker ci veniva recapitato
con la posta tutte le settimane, insieme all'edizione
domenicale del New York Times e alla Saturday Review
of Literature. Erano letture imprescindibili per
gli intellettuali della diaspora di Hollywood, che leggendo
quei giornali avevano l'impressione di tenersi
aggiornati come se non avessero mai lasciato la costa
orientale.
Lillian Ross era giovane, ma aveva gi raggiunto la
notoriet grazie agli articoli per il New Yorker e alla
sua abilit nel far sembrare i protagonisti degli sciocchi.
Aveva appena pubblicato un impietoso ritratto
di Ernest Hemingway e si trovava a Los Angeles per
scrivere un pezzo su John Huston, che era impegnato a
girare La prova del fuoco. Mia madre rispose a St. Clair
McKelway che Lillian Ross era la benvenuta, a patto
che non scrivesse neanche una parola sul ricevimento.
E cos Lillian Ross venne a cena a casa nostra. Prima
che tutti si mettessero a tavola, chiese a mia madre di
mostrarle la casa. Mia madre acconsent e, a un certo
punto, la Ross vide una foto di noi quattro sorelle.
Sono le sue figlie? chiese.
S rispose mia madre.
Le vede qualche volta?.
Bast.
Mia madre la riaccompagn al piano di sotto e si avvicin
a McKelway.
Fuori disse.
E Lillian Ross se ne and via, insieme a St. Clair
McKelway.
Questa  la leggenda di mia madre e Lillian Ross.
Mia madre adorava raccontarla. Sembrava un film di
cowboy. Eravamo cresciute nella convinzione che una
donna potesse fare tutto e Lillian Ross aveva osato
metterla in dubbio. Nella nostra casa. Ed era stata buttata
fuori.
Amavo quella storia. Amavo tutte le storie in cui mia
madre aveva ragione e tutti gli altri torto, soprattutto
perch una parte di me continuava a sperare che potesse
diventare come le madri delle mie amiche.
Passarono dieci anni prima che cominciassi a pormi
delle domande. Era accaduto davvero? Da bambini si
ascoltano gli aneddoti pi assurdi e poi si diventa grandi
e ci si accorge che qualcosa non va, che sono troppo
perfetti, e la parte pi sospetta  proprio il coup de
grace, la battuta finale. Mio padre un giorno scrisse le
sue memorie e raccont vari episodi inverosimili in cui
diceva a persone come Darryl Zanuck di andare a farsi
fottere. La leggenda di mia madre e Lillian Ross in un
certo senso era l'ennesima versione di questo genere di
storie. Troppo bella per essere vera.
Mia madre divenne un'alcolista quando io avevo
quindici anni. Una cosa che non mi so spiegare. Un
giorno non era alcolizzata e il giorno dopo era completamente
andata. Beveva una bottiglia di whisky ogni
sera. Intorno a mezzanotte si precipitava fuori dalla
sua camera sbattendo dappertutto, gridava e ci terrorizzava.
Anche mio padre beveva, ma era pigro e sentimentale,
e in qualche modo il suo alcolismo era meno
distruttivo.
Quando partii per Wellesley, ormai i miei genitori
non lavoravano pi per il cinema, ma chiss come
durante il giorno riuscivano a restare abbastanza sobri
per collaborare, e scrissero una commedia di successo,
Prendila,  mia, che parlava di una famiglia del sud
della California la cui figlia si iscrive a un'universit
femminile sulla costa orientale. Venivano citate le lettere
che scrivevo dal college e la commedia esord in
un teatro di Broadway durante il mio ultimo anno di
studi, con Art Carney nel ruolo del padre ed Elizabeth
Ashley in quello della figlia. Tutte le mie compagne
alla Wellesley erano informate sulla storia e sulla mia
notevole madre, la scrittrice che riusciva a fare tutto.
Non mi aspettavo di vedere i miei genitori alla cerimonia
di laurea, invece qualche giorno prima mia madre
chiam annunciandomi che aveva deciso di venire.
Arriv in tutta la sua splendida eleganza. Tailleur, scarpe
con sette centimetri e mezzo di tacco, orecchini a
clip intonati alla spilla. Dorm per due notti nel dormitorio,
nella stanza accanto alla mia. Sdraiata nel letto,
ascoltavo le sue farneticazioni da sbronza al di l della
parete sottile come carta. Tremavo all'idea che corresse
nell'atrio della Tower Court e mi mortificasse davanti
alle compagne, barcollando e gridando, e che tutte le
mie amiche scoprissero la verit.
Ma qual era la verit?
Facevo parte del mito e ci credevo davvero. Mia madre
era una dea.
Ma era un'alcolista.
I genitori che bevono generano grande confusione
nei figli. Sono i tuoi genitori, e quindi li ami, ma sono
degli ubriaconi, perci li detesti. Li ami e li odi. In alcuni
momenti sono ancora le persone che idolatravi da
bambina, in altri non riesci a immaginare che possano
essere stati altro che mostri. E poi, dopo qualche tempo,
sono mostri a tempo pieno. Le persone che sono state
condizionano la tua vita - passeranno quarant'anni
prima che tu ti decida a comprare un cappotto rosso (e
comunque lo metterai una volta sola) - ma le persone
che sono diventate non hanno alcun potere su di te.
Molto prima che mia madre morisse, ho desiderato
la sua morte. E quando  morta, non mi  accaduto di
pensare: Perch l'ho desiderato? Che cosa c' di sbagliato
in me? Che razza di persona  una che si augura
la morte della propria madre? No, non pensai niente
del genere. Mia madre si era trasformata in un incubo.
E l'alcol l'aveva uccisa, a cinquantasette anni.
Io ne avevo trenta. Avevo lavorato cinque anni in un
giornale e poi ero diventata una free lance. Scrivevo per
Esquire nell'ultimo periodo della direzione di Harold
Hayes e per la rivista New York nelle prime fasi di Clay
Felker. Fu un momento esaltante. Riviste come Esquire
e New York erano lo Zeitgeist, e i giornalisti (quasi tutti
maschi) che vi scrivevano erano provocatori e pieni di
energia. Credevano, a torto, di aver inventato il reportage
romanzato, e persino di aver inventato l'abitudine
di andare tutti insieme al ristorante e fare le ore piccole.
A quei tempi il pubblico amava le riviste: l'uscita in
edicola del nuovo numero di Esquire era una bomba
e farne parte era davvero divertente. Io avevo una mia
rubrica femminile. Nel mondo della carta stampata, il
piccolo mondo in cui vivevo, conquistai una piccolissima
fama.
Non avevo mai incontrato Lillian Ross, ma ogni tanto
mi capitava di pensare a lei. Avevo letto tutti i suoi
primi lavori e l'ammiravo molto; ora lei aveva smesso
di fare i suoi profili e scriveva soprattutto pezzi non
firmati nel Talk of th Town del New Yorker. Si diceva
che avesse una relazione con il direttore, William
Shawn, e sembrava (da una certa distanza) che avesse
subito l'influenza nefasta della nuova linea che lui aveva
imposto alla testata.
Nel mondo delle riviste era in corso una guerra fredda:
noi di Esquire e del New York contro quelli del New
Yorker. Loro stavano da dio: buoni contratti e assicurazione
sanitaria, e potevano dedicare anche mesi a un
servizio; noi invece eravamo sempre oberati e in bolletta.
Loro fingevano di essere modesti e di disdegnare
il successo; noi eravamo presuntuosi e arrivisti. Loro
erano gli unti del Signore, noi i pagani. Veneravano lo
schivo Mr Shawn e ne sussurravano il nome come se
fosse il rabbino Ba'al Shem Tov in persona. Noi, dal
canto nostro, saltellavamo da Harold a Clay e ritorno.
Loro ci giudicavano narcisisti, noi li consideravamo
fuori di testa.
Io rappresentavo il tipo di persona che Lillian Ross
avrebbe odiato, se avesse saputo chi ero, o perlomeno
questo credevo la sera del 1978 in cui venni trascinata
dall'altra parte di una stanza per le presentazioni. Ero
a una festa a casa di Lorne Michaels, il produttore del
Saturday Night Live. Lillian Ross stava lavorando al ritratto
di Lorne da otto anni. Voi due vi dovete conoscere
stava dicendo il padrone di casa quando ci ebbe
messe una di fronte all'altra. Capii subito che lei non
ne sentiva affatto la necessit. Avete tante cose in comune
continu Lorne facendoci sedere sul divano.
Sono molto lieta di conoscerla dissi.
Il piacere  mio rispose lei.
Era una donna minuta con i capelli corti e ricci e gli
occhi di un azzurro luminoso, e sorrideva, aspettando
che io dicessi qualcosa.
Avevo un obiettivo: scoprire se la storia di mia madre
era vera e scoprirlo senza lasciar trapelare niente. Non
volevo che Lillian Ross sapesse di essere diventata un
personaggio della nostra saga familiare, e non volevo
tradire mia madre raccontando che la sua breve apparizione
nella nostra casa aveva lasciato il segno per tanti
anni. Volevo che fosse mia madre a vincere il duello,
indipendentemente dal fatto che l'episodio fosse accaduto
davvero o no.
Ma come fare a chiederglielo?  vero che mia madre
l'ha buttata fuori di casa? sembrava un approccio
un po' troppo diretto. Credo che lei abbia conosciuto
mia madre era troppo timido, specialmente se la
Ross si ricordava dell'incidente.
Non sapevo che cosa fare.
Le dissi che ero una sua grande ammiratrice. Lei mi
ringrazi e tacque in attesa che aggiungessi qualcosa.
Ne dedussi che non aveva letto mai niente di mio o che
detestava quello che scrivevo o che forse - ormai mi
arrampicavo sugli specchi - non sapeva nemmeno che
ero una giornalista.
Le domandai di suo figlio e le parlai del mio. L'esperienza
mi ha insegnato che soltanto gli amici pi intimi
sono davvero interessati ai tuoi figli, comunque per un
po' continuammo a fingere.
Poi le chiesi se stava ancora scrivendo il ritratto di
Lorne, come avevo sentito dire. Si, rispose lei. Altra
pausa. Era evidente che Lillian Ross non aveva intenzione
di venirmi incontro. Cominciavo a irritarmi. Era
vero che stava scrivendo il ritratto di Lorne da otto
anni? chiesi. S, era vero, rispose. Quando pensa di finirlo
? chiesi in un tono che voleva sembrare innocente,
ma lei non ci casc. Non ne aveva idea, rispose. Al
New Yorker nessuno ci mette fretta.
Questo chiariva una cosa: sapeva chi ero.
Decisi di procedere: le chiesi come mai avesse smesso
di scrivere ritratti firmati. Era una domanda posta con
astuzia, pensai. In tono mielato, aggiunsi che li avevo
molto apprezzati e che mi mancavano, e continuavo a
chiedermi perch non li scrivesse pi. Rispose che aveva
smesso di firmare i pezzi perch riteneva che ormai
buona parte del giornalismo delle riviste fosse narcisista
e autoreferenziale.
Dovevo ammetterlo: un'ottima risposta.
E poi Lillian Ross rispose alla domanda che non avevo
fatto.
Una volta sono stata a casa vostra disse. Ho conosciuto
sua madre.
Davvero? esclamai, fingendo totale ignoranza.
Per non ho visto nessuna di voi figlie ribatt lei.
Dunque la storia era vera.
Nessun dubbio.
Era successo.
In seguito ho incontrato molte volte Lillian Ross.
Scrive ancora per il New Yorker, bench la rivista non
pubblichi pi articoli non firmati. A un certo punto
scrisse una confessione autobiografica sulla sua relazione
con Mr Shawn, squarciando il velo, in un certo senso.
Ritengo che sia narcisista e autoreferenziale come
tutti, ed  un complimento.
Ma Lillian Ross non c'entra, in realt. C'entra mia
madre. Avevo rinunciato a lei molto prima che morisse.
Ma quella sera, con Lillian Ross, l'ho riavuta. Ho
riavuto la madre che adoravo prima che tutto andasse a
catafascio. Ho riavuto la versione semplice. Aveva messo
alla porta Lillian Ross per le sue buone ragioni. La
leggenda era autentica.

 La mia Aruba.

Mi duole dover dire che ho un Aruba.
Non sapete che cos', ma state per scoprirlo.
Prende il nome dall'isola caraibica omonima, dove i
venti soffiano con tanta forza che tutti gli alberelli crescono
inclinati da una parte. Solo che la mia Aruba non
 un'isola.  la cosa che sta succedendo ai miei capelli,proprio in cima alla testa, dietro. Le ciocche ribelli
hanno vinto e adesso si inclinano tutte da una parte,
lasciando uno spazio nudo. Non si tratta di un problema
di calvizie. La ritrovo al risveglio, poi mi pettino e
la faccio sparire, per un paio d'ore dopo ritorna. Una
raffica di vento, una breve passeggiata, una corsa in metropolitana
o semplicemente la vita, qualsiasi cosa pu
spostare i miei capelli e lasciare una zona dove si vede
il cuoio capelluto.
E il problema  che io non la vedo.
Anche se colgo la mia immagine in una vetrina, non
riesco a vederla perch  dietro.
Vista da davanti sembro a posto.
Sono giovanile quanto si pu esserlo alla mia et.
Da dietro, invece, sembra che mi sia dimenticata di
pettinarmi o che stia diventando calva.
Vi assicuro che nessuna delle due ipotesi corrisponde
al vero.
 vero per che ho pi anni di quelli che dimostro,
e la mia Aruba ne  un segno. Quand'ero pi giovane
non ce l'avevo, e adesso ce l'ho.
Non  il guaio peggiore della vecchiaia, ma  scoraggiante.
Praticamente nessuno ti avverte, quando ce l'Hal.
Ci sono parecchie cose che nessuno ti dice: poi arrivi
a casa e scopri che sei andata in giro tutto il giorno
portandole con te. Ovviamente mi riferisco agli spinaci
fra i denti, all'etichetta che spunta dal colletto, o al
pezzetto di carta igienica che ti  rimasto incollato alla
scarpa. Parlo di quei granelli che certe volte ti finiscono
negli angoli degli occhi, o del mascara colato. Parlo
dei fili tirati sui tessuti.
E molto triste guardarsi nello specchio del bagno alla
fine di una serata e scoprire che Hal trascorso gli ultimi
novanta minuti con gli spinaci fra i denti. O il prezzemolo,
ancora pi infido. E nessuno dei tuoi amici
ti ha voluto bene abbastanza da trovare il coraggio di
dirtelo.
E doloroso specialmente perch, in fondo, sarebbe
cos facile dire a qualcuno che ha gli spinaci fra i denti.
Tutto quello che devi dire : Hal un po' di spinaci fra
i denti.
Ma cosa puoi dire a una persona che ha un'Aruba, soprattutto
visto che, fino a quando non ho scritto questo
pezzo, non c'era una parola per descriverla?
Per adesso che le ho inventato il nome, mi farebbe
piacere se mi diceste quando ce l'ho. Perch cos potrei
sistemarla, almeno per un po'.
    
    
La mia vita da ereditiera.

Non ho mai saputo perch mia madre non frequentasse
suo fratello Hal. Posso solo fare qualche
supposizione. Forse  venuto meno al dovere di
aiutare i genitori anziani.  possibile che non le fosse
simpatica sua moglie Eleanor. Magari ce l'aveva con lui
perch i genitori avevano trovato i soldi per mandarlo
alla Columbia mentre lei si era dovuta accontentare di
un'universit statale. Chi lo sa? Il segreto  morto e sepolto.
Sta di fatto che sono cresciuta senza mai vedere mio
zio Hal.  Noi vivevamo a Los Angeles e lui viveva a
Washington con la succitata Eleanor. Erano entrambi
economisti che lavoravano per il governo, ma negli
anni Cinquanta si licenziarono. Circolarono voci su
un'affiliazione alla sinistra. I miei genitori non erano
mai andati pi a sinistra del socialismo, ma stiamo
parlando degli anni delle liste nere. Conoscevano una
dozzina di persone che avevano spifferato dei nomi e
conoscevano anche almeno un paio dei Dieci di Hollywood,
e alcuni altri che secondo loro sarebbero finiti
in prigione, se dopo i primi dieci ci fossero stati anche
l'undicesimo e il dodicesimo. I miei temevano che le
voci sulle frequentazioni sinistrorse di Hal e Eleanor
arrivassero fino in California e loro potessero ritrovarsi
coinvolti, e a quanto pare fu quello che accadde,
anche se i danni furono limitati. Un giorno, nei primi
anni Cinquanta, furono convocati nell'ufficio di Spyros
Skouras, il vecchio greco che dirigeva la Twentieth
Century Fox. Skouras sventol un foglio che riguardava
Hal e disse: Phoebe, sei comunista?. Lei gli
spieg che non aveva niente a che fare con suo fratello
e che non era comunista, e la faccenda fu chiusa l, diventando
solo un aneddoto.
Quando andai all'universit zio Hal e zia Eleanor
non erano pi simpatizzanti comunisti, ammesso che
lo fossero mai stati; si occupavano di propriet immobiliari
ed erano ricchissimi. Nel 1961, mentre facevo un
periodo di praticantato a Washington, mi portarono a
cena da Duke Zeibert. Hal era un uomo mite e gentile
ed Eleanor era un tipo imprevedibile. Aveva il viso
lungo, da cavallo, i capelli biondi e il senso dell'umorismo.
Durante i fine settimana andavo da loro a Falls
Church, una splendida costruzione che faceva parte di
un grande complesso residenziale. Eleanor e Hal non
avevano figli ma avevano un sacco di case che compravano
e vendevano, senza rimpianti. Collezionavano
arte, antichit cinesi e tappeti persiani, e della gestione
domestica si occupava con grande efficienza Louise, la
governante. Parlo di lei per una buona ragione, come
vedrete in seguito.
I miei genitori erano davvero poco interessati ai rapporti
con i parenti - non ho mai conosciuto i fratelli
di pap e i miei primi cugini - mentre Hal e Eleanor
si tenevano in contatto con membri di ogni ordine e
grado della mia famiglia materna, e quell'estate a Washington
mi presentarono alcune persone che, a seconda
di come si conta, erano secondi o terzi cugini.
Uno era Joe Borkin, rinomato avvocato di Washington
ed esperto della nostra genealogia, il quale non voleva
credere che fossi cresciuta ignorando dov'erano nati i
nonni; me lo disse, e io per lealt nei confronti di mia
madre, che non aveva il minimo interesse per queste
cose, lo dimenticai all'istante. Un altro cugino era
Morty Plotkin, medico totalmente incapace di entrare
in relazione con i pazienti, che saggiamente aveva scelto
di dedicarsi alla radiologia. Era sposato con Tedda,
e Tedda Plotkin era un nome che mi piaceva moltissimo.
Qualche anno dopo, quando mia madre stava morendo
di cirrosi epatica, Tedda mi telefon sbraitando
contro di me come se fosse colpa mia. Hal e sua moglie
mi presentarono anche il nipote di Eleanor, Irwin il
dentista, che a un certo punto si mise in affari con loro.
Anche lui viene nominato per una buona ragione.
Dopo l'universit mi stabilii a New York e, di tanto
in tanto, Hal e Eleanor venivano in citt e mi invitavano
a pranzo o a cena fuori. Quando sposai il mio primo
marito, ci regalarono un enorme candelabro antico dorato
che secondo loro, a quanto ricordo, era un Luigi
XIV. Una cosa impossibile. Comunque, quando divorziai,
Hal mi telefon per accertarsi che non se lo fosse
tenuto mio marito.
Il candelabro mi segu nel nuovo appartamento, nei
pressi della Cinquantesima Est, e poi nella mia seconda
casa coniugale. Ricordo bene che faceva bella mostra
di s nel garage di Bridgehampton. Dove sia oggi non
saprei. Mi piacerebbe saperlo, perch era molto bello e
adesso sono abbastanza vecchia per apprezzarlo. Caduto
nella battaglia del divorzio, probabilmente. Quando
divorzi e non tieni tu la casa (a me non  mai successo),
ti lasci alle spalle ogni genere di oggetti di cui non sai
che un giorno vorresti avere notizie, o che rimpiangerai
di non avere pi o, peggio ancora, di cui avrai una
sincera nostalgia.
Nel 1974 Eleanor mor. Passarono gli anni. Qualche
volta vedevo lo zio Hal a Washington o a New York.
Lui e mio padre, entrambi vedovi, di tanto in tanto si
parlavano al telefono, dopodich mio padre chiamava
me per aggiornarmi. Stava perdendo la memoria, per
non dimentic mai un numero di telefono, e nei suoi
ultimi anni faceva almeno cento telefonate al giorno,
tutte lampo. Non si perdeva in convenevoli. Non ti
concedeva la possibilit di dire: Ho da fare oppure
Scordati il mio numero o Non ho tempo per
parlare con te. Arrivava subito al punto e poi, come
ha scritto mia sorella Delia nel suo libro Hanging Up,
riagganciava.
Ho scritto la mia autobiografia diceva e la voglio
intitolare Io.
Fantastico rispondevo.
Lui riagganciava.
Ho appena chiamato Kate Hepburn per dirle il titolo
delle mie memorie diceva. Le  piaciuto.
Davvero fantastico, pap.
E riagganciava.
Ho sempre sperato che prima o poi si affezionasse ai
miei figli, Max e Jacob, ma non ricordava nemmeno
come si chiamavano. Un giorno Jacob rispose al telefono
e mio padre gli chiese: Sei Abraham o l'altro?.
Devo rendere onore a Jacob per il fatto che, a sette anni,
lo trov divertente. Per rattristava me. Continui a pensare
che un fulmine colpir i tuoi genitori e li trasformer
per magia nelle persone che tu vorresti che fossero,
o nelle persone che sono state. Ma non succede mai. E
pur sapendo che non succeder, continui a sperare.
I bollettini paterni sul conto di zio Hal non si riferivano
mai allo zio, bens al suo patrimonio immobiliare
che, a sentire mio padre, sarebbe stato lasciato in eredit
alle mie tre sorelle e a me.
Ho parlato con Hal e sei nel testamento diceva.
Oppure: Sei ancora nel testamento.
Tutto diviso fra voi quattro.
Un sacco di soldi.
Ormai mio padre non era pi credibile, quindi non
pensai mai neanche per un attimo che potesse essere
vero, che sarei stata la beneficiaria di un'eredit.
Inoltre lo zio godeva di ottima salute. Ma un giorno
d'estate del 1987, mentre combattevo con una sceneggiatura
che dovevo scrivere per pagare le bollette,
squill il telefono; era un curatore testamentario di
Washington che chiamava dall'ospedale per informarmi
che Hal stava morendo di polmonite e che,
in quanto parente pi prossima, forse avrei dovuto
prendere la decisione di sospendere le cure. Riappesi,
sbigottita. Suon di nuovo il telefono. Era Tedda
Plotkin, moglie del radiologo, che mi chiamava, per
la seconda volta nella vita, per dirmi che l'appartamento
di Washington dello zio era zeppo di tappeti e
opere d'arte di enorme valore e che dovevo affrettarmi
a metterli sotto chiave se non volevo che Louise,
la governante, si portasse via tutto. Risposi a Tedda
che dubitavo seriamente che Louise potesse fare una
cosa simile, ma che siccome aveva lavorato per Hal e
Eleanor per quasi tutta la vita poteva prendersi quello
che voleva. Il telefono squill di nuovo. Era l'ospedale:
Hal era spirato.
Chiamai mia sorella Delia. Preparati a diventare
un'ereditiera dissi.
Non avevamo la pi pallida idea di quanto valessero
le propriet immobiliari di Hal. C'erano i profitti
di tutte le compravendite fatte con Eleanor, e i grandi
progetti realizzati a McLean e a Falls Church, interi
isolati di ville da sogno, dotate di piscine coperte
e palestra e angoli per la colazione e cos via. E c'era
anche la Famosa Impresa Portoricana. Hal e Eleanor
avevano acquistato dei terreni a Portorico e avviato un
progetto edilizio in societ con Irwin il dentista. Di
tanto in tanto, chiedevo notizie allo zio e lui rispondeva
che stava venendo benissimo, che era appena stato a
Portorico, che avevano parlato con gli architetti, che i
progetti erano meravigliosi, che avevano visto i plastici
e stavano cercando altri investitori.
Dovevano essere almeno tre milioni di dollari. Che
erano un sacco di soldi, all'epoca. Diviso per quattro
faceva settecentocinquantamila dollari a testa. Non
riuscivo a crederci, perch era davvero una cifra da capogiro.
Avrebbe cambiato tutto. Okay, magari erano
soltanto due milioni. Faceva pur sempre cinquecentomila
a testa. D'altra parte potevano anche essere quattro.
Un milione di dollari a testa! Continuavo a fare
calcoli ipotetici e a dividere il risultato per quattro e
pensavo a come l'avrei speso. Io e mio marito avevamo
appena comprato una casa a Long Island, e i lavori di
ristrutturazione ci erano costati molto pi del previsto.
Non era rimasto niente per il giardino. Uscii e feci
il giro della casa. Piantai mentalmente parecchi alberi.
Zappai il prato spelacchiato e immaginai i camion carichi
di zolle erbose che adesso mi sarei potuta permettere.
Pensai di fare un salto al vivaio a dare un'occhiata
alle ortensie. Mi batteva forte il cuore. Strappai mio
marito dal suo lavoro e ci mettemmo a parlare del tipo
di alberi che avremmo voluto piantare. Un corniolo,
certamente. Un grande corniolo bellissimo. Ci sarebbe
costato una fortuna e adesso potevamo averlo.
Andai di sopra e guardai la sceneggiatura che stavo
scrivendo. Non avrei dovuto lavorarci mai pi. Lo facevo
soltanto per i soldi e, per dire le cose come stavano,
non sarebbe mai diventata un film, e poi era davvero
complicata. Spensi il computer. Mi sdraiai sul letto
a pensare ad altri modi per spendere il denaro di zio
Hal. Mi venne in mente che ci serviva un'altra testiera.
E cos, nel giro di un quarto d'ora, passai attraverso
i primi due stadi della ricchezza ereditata: Esultanza e
Pigrizia.
Squill il telefono.
Era mio padre. Hal  morto disse.
Lo so.
Voleva lasciare tutto a voi quattro, ma io gli ho detto
di escluderti dal testamento perch guadagni gi abbastanza.
Cosa? dissi.
Lui riappese.
Ero stupefatta.
Guardai il prato. Addio zolle erbose.
Telefonai a Delia. C' una novit dissi, e le raccontai
tutto.
Oh, a questo c' rimedio disse Delia. Ciascuna
di noi ti dar un tot, una percentuale di quello che eredita
e cos avremo tutte la stessa quota.
Il venticinque per cento.
Sei sempre stata la pi brava in matematica. Adesso
telefono alle altre.
Chiam le nostre sorelle e mi ritelefon subito.
Amy ci sta disse. Hallie no.
Ero stupefatta. Fra noi c'era sempre stato l'accordo
che, se una fosse stata esclusa dal testamento di nostro
padre, le altre l'avrebbero fatta rientrare nella spartizione.
Doveva valere lo stesso principio per zio Hal.
La giornata non era ancora finita e noi stavamo gi
entrando nel terzo stadio della ricchezza ereditata: la
Discordia.
L'indomani ricevetti una telefonata dall'avvocato dello zio. A quanto pareva, mio padre si era sbagliato. Hal
non mi aveva esclusa dal testamento. Aveva lasciato
met dei suoi beni a noi quattro e l'altra met a Louise,
la governante.
Ero felice per lei. Era giusto cos.
In quanto a me, mi toccava un ottavo. Non una fetta
grande come un quarto, ma pur sempre un bel mucchio
di soldi, se i beni valevano quattro milioni di dollari.
Di quanto si tratta? chiesi all'avvocato.
Non di molto disse lui.
E cio?.
Meno di mezzo milione rispose.
Decisamente meno, si scopr in seguito. Grazie a Irwin
il dentista, Hal aveva perso quasi tutti i soldi
nell'avventura portoricana. Quello che rimaneva, diviso per otto,
avrebbe potuto pagare le zolle erbose ma non mi avrebbe
salvata dalla sceneggiatura che stavo scrivendo.
La buona notizia disse l'avvocato  che fino a sessantottomila
dollari non si pagano tasse di successione.
Chiamai Delia e Amy e le misi al corrente. A Hallie
non telefonai. Non avrei mai pi parlato con lei.
Andai di sopra, accesi il computer e mi rimisi al lavoro.
La settimana seguente Amy mi telefon per dirmi
che aveva saputo dall'avvocato di Hal che forse c'era
un Monet. Avevano trovato un quadro nell'armadio e
l'avrebbero mandato a un esperto per la stima. A quel
punto io avevo smesso di sperare, ma ci non trattenne
Amy dall'entrare nel quarto stadio della ricchezza ereditata:
il Possibile Capolavoro nell Armadio.
Non c' bisogno di dirvi che non era un Monet.
Alla fine, ereditammo all'incirca quarantamila dollari
a testa.
Quindi non ho mai raggiunto il quinto stadio della
ricchezza ereditata: la Ricchezza.
Completai la sceneggiatura e ne fu tratto un film. Imparo
in fretta dall'esperienza e da questa ho imparato di
essere stata molto fortunata a non diventare un'ereditiera,
perch altrimenti non avrei finito di scrivere Harry
ti presento Sally, il film che ha cambiato la mia vita.
Harry ti presento Sally fu un grande successo e guadagn
persino dei soldi. Comprammo un corniolo. 
davvero bellissimo. Fiorisce a fine giugno e mi ricorda
il dolce zio Hal.
  Al cinema.

L'altra sera siamo andati al cinema. A New York
vedere un film costa tredici dollari, senza contare
il dollaro e cinquanta per la prevendita. Mi piace
comprare i biglietti online in anticipo. Uno degli
autentici prodigi della vita moderna, per quanto mi
riguarda,  che quando entri in un cinema puoi infilare
la carta di credito nell'apposita macchina e ottieni
subito il biglietto per il posto che avevi prenotato.
Ogni volta vorrei dire: Non ci credo! E fantastico!
Meraviglioso!.
Peraltro c' un ulteriore progresso tecnologico nella
prevendita dei biglietti, che sciupa tutto il divertimento:
adesso ti puoi stampare la ricevuta a casa, saltare il
passaggio della macchina e andare direttamente dalla
maschera. La maschera passa al lettore ottico la tua ricevuta
e stampa un biglietto proprio all'ingresso del
cinema, il che blocca la coda di persone in fila e cancella
quell'unico istante prodigioso su cui potevi contare
quando andavi a vedere un film.
Ma l'altra sera non abbiamo dovuto presentare la
ricevuta alla maschera perch, quando siamo arrivati,
la maschera non c'era. L'atrio del cinema non era
presidiato. Gli spettatori entravano senza far vedere
il biglietto a nessuno, e abbiamo fatto cos anche noi.
Una volta scese le due rampe di scale, ci aspettavamo
di trovare la maschera davanti alle porte della Sala 7,
invece niente. Avevamo anche sperato di poter prendere
qualcosa da bere o da mangiare, ma il bar l sotto
era chiuso e la montagna di popcorn stava diventando
fredda e stantia.
A questo punto probabilmente dovrei dire che il cinema
in questione era il Loews Orpheum 7, che si trova
a Manhattan, fra l'Ottantaseiesima e Third Avenue.
Forse dovrei aggiungere che il Loews Orpheum  di
propriet dell'AMC, ma che un tempo apparteneva alla
Loews Cineplex Entertainment Corporation, e che io
ero nel consiglio di amministrazione. Fu un'esperienza
triste perch avevo la modesta ambizione di poter fare
qualcosa, nel mio ruolo di consigliere, per migliorare la
qualit del cibo in vendita nei cinema. Purtroppo, alla
Loews non interessava a nessuno la mia opinione sul
cibo che vendevano. Cos presenziavo diligentemente
alle assemblee e mi sorbivo lunghe presentazioni in
PowerPoint, tese a sostenere la strategia di costruire
enormi e costosi multisala, per lo pi vantaggiosamente
ubicati di fronte ad altri costosi multisala costruiti
da societ rivali.
Un giorno, circa due anni dopo la mia nomina, ero in
un albergo di Los Angeles e dovevo partecipare a un'assemblea
del consiglio in collegamento telefonico. Era
talmente noiosa che decisi di mettere la chiamata in attesa
e scendere a farmi fare la manicure. Quando tornai
nella mia stanza, non pi di venti minuti dopo, e alzai il
ricevitore, sentii un coro di urla. Non volendo ammettere
di averli piantati in asso (del resto nessuno se nera
accorto), ascoltai, e dopo un po' capii che, mentre mi
facevo le unghie, la societ aveva fatto bancarotta.
Fu uno shock, per me e per tutti gli altri membri del
consiglio. Non ho mai saputo perch non se ne fosse
parlato all'inizio dell'assemblea e ovviamente una delle
ragioni delle urla era proprio questa: alcuni consiglieri
rappresentavano societ che avevano azioni della
Loews Corporation e avevano appena scoperto di aver
perduto centinaia di milioni di dollari in un disastro finanziario
di cui non avevano avuto il minimo sentore.
Nessuno aveva avuto la cortesia di metterli in guardia.
Non era nemmeno nell'ordine del giorno!
Alcuni mesi pi tardi, un uomo d'affari canadese acquist
i cinema della Loews a un prezzo stracciato e
li rivendette alla AMC che, a quanto mi  dato capire,
non ha fatto niente per migliorare la qualit del cibo
venduto al bar n di altro. Insomma, era cos romantico
andare al cinema... accomodarsi in una grande sala
con la galleria, i palchi, gli stucchi dorati e il pesante
sipario di velluto rosso. Adesso si va in orribili scatole
grigie e disadorne dove il suono esce dalle scatole grigie
vicine.  triste.
Ma torniamo all'altra sera. Oltrepassato il bancone
del bar deserto, ci siamo seduti in sala. C'era gi la pubblicit.
Abbiamo visto lo spot di una bibita dietetica,
talmente compiaciuto di s da invitarci ad andare su un
apposito sito web per vedere come era stato fatto. Ce
n'era un altro che ci consigliava di prenotare e acquistare
i biglietti online. Poi, di colpo, il sonoro  sparito
e lo schermo  diventato nero. Sono trascorsi alcuni
minuti. La sala era piena per tre quarti ma nessuno si
muoveva. Sentendomi inspiegabilmente responsabile
di quell'inconveniente, mi alzai, salii le due rampe di
scale e andai nell'atrio del cinema, dove si era materializzata
la maschera, che stava staccando i biglietti.
Le dissi che nella Sala 7 non funzionava pi niente.
Mi guard come se non capisse. Chiesi di comunicare
a chi di dovere che c'era un guasto. Mi rispose che lo
avrebbe fatto e continu a prendere i biglietti. Dopo
un paio di minuti, una volta entrati tutti gli spettatori,
grid: Proiezione! C' qualcosa che non va alla 7?.
Tornai gi.
L'impianto ripart e cominci il trailer di un film.
Nella parte inferiore dello schermo c'era una larga striscia
bianca e le facce degli attori erano tagliate all'altezza
degli occhi.
Mi alzai e tornai su. La maschera era sempre l, che
staccava i biglietti. Le chiesi di interpellare il
proiezionista per regolare il quadro. Ancora una volta lei mi
guard inespressiva, perci riformulai la domanda.
Promise che lo avrebbe fatto. Aspettai finch non la
vidi dirigersi verso l'invisibile proiezionista. Quando
tornai gi nella Sala 7, il quadro era a posto, sebbene
non del tutto, ma il mio eroismo mi aveva stremata, ed
ero troppo stanca per tornare su a lamentarmi.
Cominci il film. L'audio era fuori sincrono, comunque
era un bel film. Te ne accorgevi appena, che era
fuori sincrono. C'era azione e un buon montaggio,
perci si poteva guardarlo anche cos; sennonch negli
ultimi venti minuti il film and fuori sincrono in
maniera clamorosa, straordinaria, non pi ignorabile.
Ma era quasi finito. E io non volevo alzarmi per non
perdere le ultime scene.
Dopo, mentre uscivamo, chiesi di parlare con il direttore
del cinema. Mi dissero che era in maternit. Chiesi
di parlare con il suo vice. Non c'era nessun vice al
momento. Allora mi rivolsi di nuovo alla mia vecchia
conoscenza, la maschera, che come potete immaginare
fu felicissima di rivedermi. Le spiegai che l'ultima parte
del film che avevamo appena visto era fuori sincrono
e che magari avrebbero potuto risolvere il problema
prima dello spettacolo successivo. Mi promise che lo
avrebbero fatto.
  Venticinque cose
DI CUI INCREDIBILMENTE
LA GENTE CONTINUA A STUPIRSI.

1. A volte i giornalisti inventano le cose.
2. A volte i giornalisti si sbagliano.
3. Quasi tutti i libri di memorie che vengono pubblicati
sono stati scritti per essere romanzi e poi
l'agente o l'editore ha detto: Funzionerebbe meglio
come memoir.
4. Le belle donne sposano talvolta uomini vecchi,
brutti e ricchi.
5. Negli affari non esiste la sinergia, nel senso buono
del termine.
6. La libert di stampa  una prerogativa del proprietario
del giornale.
7. Nelle pagine sportive non si legge niente che abbia
un senso, se non si  letta l'edizione del giorno
precedente.
8. Spiegare il mercato azionario  impossibile, ma la
gente ci prova lo stesso.
9. I democratici sono sommamente deludenti.
10. Il cinema non ha alcun effetto sulla politica.
11. Gli uomini tradiscono.
12. Un sacco di gente prende la Bibbia alla lettera.
13. La pornografia  l'oppio delle masse.
14.  impossibile conoscere la verit sul matrimonio
di qualcuno, compreso il proprio.
15. Esistono persone che firmano accordi prematrimoniali.
16. James Carville e Mary Matalin sono sposati.
17. I bagel non sono pi buoni come una volta.
18. Tutti dicono bugie.
19. Perch  importante che alla presidenza della Corte
suprema ci sia un democratico.
20. Pare che, di persona, Howard Stern sia parecchio
affabile.
21. A Manhattan un appartamentino di due locali da
ristrutturare costa un milione di dollari.
22. I cani assomigliano ai loro padroni.
23. Cary Grant era ebreo.
24. Cary Grant non era ebreo.
25. Larry King non ha mai letto un libro in vita sua.

 Fatemelo dire:
l'omelette bianca.

 uscito un nuovo libro sulle diete che, a quanto
pare, afferma quello che io so da sempre: le proteine
fanno bene, i carboidrati fanno male, e la pericolosit
dei grassi  altamente sopravvalutata. Be', era ora.
Come diceva mia madre, il burro non  mai troppo.
Per esempio, ecco come cuciniamo le bistecche a casa
nostra. Cospargiamo la carne di sale kosher e poi la
facciamo cuocere in una padella molto calda. Quando
 pronta, ci mettiamo sopra una bella cucchiaiata
di burro ed ecco fatto. A proposito, non parlo di burro
insipido, mi riferisco a quello salato.
Ecco un'altra cosa che c' nel libro: il colesterolo alimentare
non c'entra niente con il livello di colesterolo
nel sangue. Anche questo l'ho sempre saputo, ed  il
motivo per cui non mentir sul letto di morte se mostrer
di rimpiangere di non aver mangiato abbastanza
fegato marinato. In altre parole: potete mangiare qualsiasi
alimento con un alto contenuto di colesterolo
(come aragoste e avocado e uova) e NON Ci saranno
effetti sul livello di colesterolo nel vostro sangue.
Nessun effetto. Mai. Mi avete sentita? Chiedo
scusa per il maiuscoletto, ma che cosa vi succede,
gente?
Il che mi porta al punto: l'omelette fatta con i bianchi
d'uovo. Ho amici che mangiano omelette di solo
albume. Li compiango ogni volta che mi tocca vederli.
Innanzitutto, non hanno alcun sapore. Poi, la gente
che le mangia crede di essere virtuosa e invece  soltanto
disinformata. Certe volte provo a spiegare che stanno
facendo una cosa priva di senso, ma non mi danno
retta, perch i medici raccomandano di evitare gli
alimenti che contengono colesterolo. Secondo il New
York Times i medici lo dicono in buonafede, essendo a
loro volta vittime di un fenomeno noto come cascata
informativa, che si verifica quando una cosa viene ripetuta
cos spesso da diventare vera anche se non lo  (mi
chiedo perch non la chiamino cascata disinformativa).
In ogni caso le vere vittime della disinformazione
non sono i medici, ma le persone di mia conoscenza
che si sono lasciate fare il lavaggio del cervello e credono
che le omelette bianche facciano bene alla salute.
Adesso voglio dire quello che ho nel cuore da anni:
 giunta l'ora di mettere fine all'omelette bianca. Non
voglio equiparare la questione con faccende ben pi
gravi, come la guerra in Afghanistan, a cui certo  giunta
l'ora di mettere fine, ma per la guerra non posso fare
niente, mentre posso lanciare una campagna contro il
consumo di queste omelette, anche grazie al vento favorevole
del libro appena uscito.
Non si fa un'omelette eliminando i tuorli. Semmai
li si aggiunge. Per una buona omelette ci vogliono due
uova intere, pi un tuorlo, e lo stesso vale per le uova
strapazzate. Quanto all'insalata di uova, ecco la nostra
ricetta: fate bollire diciotto uova, sgusciatele e mandate
sei albumi agli amici in California che si ostinano a
credere che servano a qualcosa. Triturate le dodici uova
intere e i sei tuorli rimasti con un coltello, aggiungete
la maionese Hellmann's e salate e pepate a piacere.
  Fatemelo dire: il Teflon.

Sto male per il Teflon.
Finch  durato  stato fantastico.
Adesso si scopre che  nocivo.
Per essere pi precisi, si scopre che una sostanza chimica
che si libera quando lo si riscalda ti entra nel sangue
e verosimilmente provoca tumori e malformazioni
nei nascituri.
Io adoravo il Teflon. Adoravo i pancake di ricotta senza
carboidrati che ho inventato l'anno scorso e che si possono
cuocere soltanto sul Teflon. Adoravo la mia padella
antiaderente Silverstone, in cui le bistecche vengono benissimo.
Adoravo la parola Teflon come attributo: ci ha
dato un presidente di Teflon (Ronald Reagan) e persino
un mafioso di Teflon (John Gotti) la cui teflonaggine alla
fine si  consumata, facendo di lui un esatto doppio metaforico
dei miei tegami. Mi piaceva il fatto che il Teflon
fosse stato inventato da un certo Roy J. Plunkett, il cui
nome sarebbe dovuto bastare da solo a garantire per sempre
la non pericolosit del materiale.
Ma recentemente la DuPont, che produce la resina
di politetrafluoroetilene (PTFE), cos si chiamava il Teflon
quando nel 1938 fu scoperto per caso in laboratorio,
ha patteggiato una pena pecuniaria di sedici milioni
e mezzo di dollari nella causa intentata dall'EPA,
l'agenzia per la protezione dell'ambiente; sembra che
sapessero fin dall'inizio che era nocivo. Ormai  diventato
un clich americano: una societ ha il brevetto
di una scoperta scientifica, si scopre che il prodotto 
dannoso e salta fuori che la societ ne era al corrente. Il
copione  sempre lo stesso.
Comunque  triste.
Quando il Teflon ha fatto la sua comparsa sul mercato,
le pentole e i tegami antiaderenti non erano di
buona qualit. Erano leggeri, troppo sottili, e non reggevano
il confronto con quelli di rame e di ghisa. Andavano
benissimo per le frittate e ovviamente non si
attaccava niente, ma non funzionavano per gli alimenti
che avevano bisogno di arrostire, come le bistecche.
Poi produttori come Silverstone fabbricarono pentole
di Teflon di ottima qualit in cui si poteva cuocere una
bistecca come sul barbecue. Sfortunatamente per farlo
bisognava portare il tegame a una temperatura molto
alta, prima di metterci la carne, ed  proprio questo
che rilascia l'acido perfluoroctanoico, il PFOA. Detto
composto chimico  il cattivo della vicenda, e DuPont
ha promesso di eliminarlo da tutti i prodotti con rivestimento
in Teflon entro il 2015. Sono certa che questa
promessa sar di conforto a chi  sotto i quaranta, ma
per me vuole soltanto dire che trascorrer almeno una
parte dei miei ultimi anni sul pianeta a grattare via residui
di cibo dai miei tegami non antiaderenti.
Da tempo circolavano voci sul Teflon, ma io ho continuato
a sperare che finissero in niente come nel caso
delle voci sull'alluminio, che negli anni Novanta, per
un po', si era creduto causasse l'Alzheimer. Fu un brutto
momento, perch oltre a dover rinunciare a pentole
e tegami di alluminio, si sarebbe dovuto fare a meno
anche del foglio di alluminio per conservare gli alimenti,
delle vaschette da forno e, pi importante ancora,
degli antitraspiranti. Sono sopravvissuta a quelle
voci, e mi compiaccio di poter dire che si sono spente.
Ma temo che questa sul materiale antiaderente sia
fondata, e immagino che dovr buttare via tutte le
pentole e i tegami di Teflon.
Nel frattempo vado a preparare l'ultimo pancake di
ricotta per la colazione.
Sbattete un uovo, aggiungete 80 grammi di ricotta
fresca e mescolate con la frusta. Riscaldate un tegame
antiaderente basso fino a quando comincia a rilasciare
nell'atmosfera il gas cancerogeno. Versate la crema con
un cucchiaio e cuocete per due minuti. Girate il pancake
con delicatezza e lasciate cuocere per un altro minuto,
fino a quando sar dorato su entrambi i lati. Mangiatelo
con la marmellata, se i carboidrati non sono un problema,
o cos come.  la dose per una persona.

 Fatemelo dire:
NO, NON VOGLIO UN'ALTRA BOTTIGLIA
di San Pellegrino.

Vorremmo una bottiglia di San Pellegrino. Il cameriere
la porta. Siamo in quattro. Il cameriere
porta i bicchieri per l'acqua. Sono bicchieri molto alti.
I bicchieri alti non sono necessariamente i pi adatti
per l'acqua San Pellegrino ma, prima che mi possa
esprimere su questo profondo argomento, il cameriere
li ha gi riempiti.
Nella bottiglia  rimasta un po' d'acqua. Mio marito
beve un sorso e il cameriere, veloce come un lampo,
torna al nostro tavolo per versare le ultime gocce della
nostra San Pellegrino nel bicchiere di mio marito.
Adesso la prima bottiglia  finita. Siamo seduti da
cinque minuti e, non so come, siamo riusciti a svuotare
un'intera bottiglia.
Desiderate un'altra bottiglia di San Pellegrino?
chiede il cameriere.
Non ho ancora bevuto nemmeno una goccia della
prima!
Non lo dico per davvero.
Mi piace il sale. Lo adoro. A volte mi capita di mangiare
in un ristorante dove (a mio avviso) il cibo che viene
servito non ha bisogno che si aggiunga sale, ma accade
di rado.
Molti anni fa mettevano sale e pepe in tavola, al ristorante,
e lo facevano cos: c'erano una saliera e una
pepiera. La pepiera conteneva pepe nero in polvere,
che negli anni Sessanta fu dichiarato fuori legge e sostituito
dall'Onnipresente Macinapepe e dal relativo
ritornello: Desidera un po' di pepe fresco sull'insalata?.
Ho notato che nessuno vuole il pepe fresco sulla
sua insalata, e perch i camerieri continuino a chiederlo
rimane un mistero.
Comunque non era del pepe che stavo parlando. Parlavo
del sale. E, come dicevo, una volta veniva messo
in tavola. Ora nella met dei casi non c'. La ragione
dell'assenza della saliera  che lo chef  ben deciso a
comunicare il messaggio che i suoi piatti sono stati salati
a sufficienza e perci non abbisognano di aggiunte
di sale. Questo mi irrita profondamente. Mi irrita che
la richiesta di sale mi faccia sembrare aggressiva nei
confronti dello chef, quando in realt  vero l'opposto.
Nell'altra met dei casi - quando il sale  in tavola -
non  quello che io chiamo sale. Si tratta della sostanza
nota con la denominazione di sale marino (il sale marino
un tempo si chiamava sale kosher, ma non  un
nome abbastanza altolocato per i tempi). Il sale marino
viene servito in una ciotolina minuscola. Nel tentativo
di portarlo dalla ciotolina al piatto, lo rovesci sempre,
ma questo sarebbe il meno:  che non svolge davvero
la funzione del sale. Non si scioglie salando il cibo in
maniera uniforme; ci rimane posato sopra come tanti
sassolini. E ti graffia la lingua.
Tutto bene?.
Ci hanno servito la portata principale e il cameriere
ci ha appena rivolto questa domanda. Ho mangiato
esattamente un boccone, quanto basta per ricordare
che, come al solito, la portata principale  deludente.
Comincio a chiedermi se considerare la cosa in termini
metaforici e, nel caso, se valga la pena indugiare a riflettere.
Ecco il cameriere con il macinapepe in una mano
e una bottiglia di San Pellegrino nell'altra, che mi interrompe
mentre racconto una storiella, proprio prima
della battuta finale, per chiedere se va tutto bene.
La risposta  no, non va tutto bene.
Anzi, la risposta  no, non va tutto bene, mi hai rovinato
la storiella! Va' via!
Non dico nemmeno questo.
Abbiamo ordinato il dolce. Ci stanno dotando di cucchiai
da dessert. I cucchiai da dessert sono cucchiai
grandi, ovali. Sono talmente grandi che ci potresti
nuotare. Io non sono una di quelli a cui piace dare
sempre la colpa ai francesi, soprattutto da quando si 
visto che sull'Iraq avevano ragione loro, tuttavia non
c' dubbio che la moda sia nata in Francia, dove hanno
sempre avuto un debole per i cucchiai da dessert.
A parer mio, il fatto che non fossimo mai caduti nella
trappola dei cucchiai da dessert era una delle cose che
rendevano grande il nostro Paese. Se ti serviva il cucchiaio
per il dolce, ti davano il cucchiaino da t. Quei
giorni sono finiti, ed  un peccato.
Diciamo una cosa a proposito del dolce: vuoi che duri.
Vuoi assaporarlo. Il dolce  squisito. Cos dolce. Cos
dannoso, in genere, per la salute. E come succede con
tutte le cose peccaminose, vorresti che durasse il pi a
lungo possibile. Ma non pu durare, se lo devi mangiare
con un cucchiaione gigante. In due bocconi te lo sei sbafato.
Poi sar scomparso. E la cena sar finita.
Perch non lo capiscono?  talmente ovvio.
Talmente ovvio.

 Fatemelo dire:
IL MONDO NON  PIATTO.

La settimana scorsa ho partecipato a uno di quei
convegni su internet a cui mi invitano ogni tanto,
e naturalmente c'era anche Thomas Friedman, l'editorialista
del New York Times. Non era presente in carne
e ossa: non era un convegno cos importante. Aveva
mandato un video di venti minuti in cui condensava la
tesi del suo best seller Il mondo  piatto. Per coincidenza,
due sere prima mi ero trovata di fronte Friedman in
carne e ossa, a Las Vegas, a un tavolo di dadi. Mentre
lui lanciava i dadi cercando di fare cinque, gli avevo urlato:
Forza, Tom, hai l'occasione di farti perdonare i
tuoi errori sull'Iraq. Invece fece un sette e perse.
Rieccolo a questa conferenza. Sullo schermo c'era una
grande scritta che proclamava il mondo  piatto,
e tutta quella gente giovane e brillante ascoltava Friedman
parlare della globalizzazione e dire che la tecnologia
aveva abbattuto i muri del mondo. Pendevano dalle
sue labbra, al punto che restarono concentrati e con i
telefonini spenti per tutta la durata del discorso. Alla
fine riaccesero istantaneamente i cellulari e nell'enorme
sala inizi la sinfonia di migliaia di piccole dita che
premevano i tasti di centinaia di rettangoli luminosi.
Ovviamente Friedman non  soltanto un editorialista
del giornale pi potente del mondo:  qualcos'altro.
 un oratore. Oggigiorno abbiamo un'intera popolazione
di oratori, quasi tutti uomini, che si guadagnano
da vivere in vari modi ma la cui vera professione
consiste nel fare apparizioni in convegni come questo.
Alcuni sono giocatori e altri soltanto giornalisti, ma
per un breve istante il dibattito li rende tutti uguali.
Gli oratori parlano davanti a un pubblico di persone
normali, ma in realt si esibiscono l'uno per l'altro in
situazioni come la Foursquare Conference a New York
o l'appuntamento di Herbert Allen a Sun Valley per gli
amministratori delegati: il lavoro dell'oratore consiste
nel mettere in prospettiva qualsiasi luogo comune adeguato
al momento e convalidarlo.
In effetti questi convegni tendono a convalidare qualsiasi
cosa, e non stupisce che negli ultimi due a cui ho
preso parte siano saliti sul palco alcuni rappresentanti
di Walmart che non sono stati interpellati neppure una
volta sui loro problemi di pubbliche relazioni a proposito
di certe fastidiose questioni come il trattamento
dei dipendenti. (In compenso sono stati piacevolmente
interrogati sulla politica aziendale che impone
ai manager che viaggiano di volare in classe turistica
e di dormire in due per stanza. Entrambe le volte gli
uomini di Walmart hanno risposto piacevolmente. In
entrambe le occasioni il pubblico ha apprezzato).
Comunque l'aspetto degno di attenzione  che, ogniqualvolta
prendo parte a uno di questi convegni, sento
un luogo comune sulla rete, un'asserzione inconfutabile
che prima o poi si rivela errata. Non  facile sbagliarsi riguardo
al web, dato che contiene praticamente ogni elemento
dell'universo. Qualsiasi cosa si dica avr una parte
di verit, in un modo o nell'altro. Invece non  cos.
Per esempio, quando ho cominciato ad andare a questi
convegni si dava per scontato che la rete ci avrebbe
resi tutti liberi; a quel tempo per noi internet voleva
dire e-mail. Manager e opinionisti si affannavano a sostenere
che fosse molto pi semplice rispondere a venti
e-mail che a venti telefonate. Ora i manager rispondono
a centinaia di e-mail quotidiane e la vita non  diventata
nemmeno lontanamente pi semplice. Rispondono
alle e-mail giorno e notte. Non staccano mai. Oltretutto
non assorbono quasi niente di quel che accade, perch
nell'istante stesso in cui accade il BlackBerry lampeggia.
Poi cominci il boom delle dotcom e arriv un altro
luogo comune: le dotcom ci avrebbero fatti diventare
ricchi. Era vero. E successo. E poi all'improvviso le
dotcom crollarono. Quindi non era del tutto vero.
Era il momento di un nuovo luogo comune: non
c'erano soldi nel web. Sconcertante: sembrava che nella
storia del capitalismo si stesse verificando un fenomeno
stupefacente, inedito e misterioso. Era sorto un
business enorme, senza profitti. Warren Buffett, che
 il re delle tavole rotonde, l'Iper-oratore, il secondo
uomo pi ricco d'America, l'oracolo di Omaha che
gioca a bridge online con l'uomo pi ricco del Paese,
in quel periodo fece un discorso e ricord a tutti i suoi
accoliti che fra il 1904 e il 1908 erano attive duecentoquaranta
industrie automobilistiche, e che nel 1924
dieci di queste facevano il novanta per cento del fatturato
complessivo. Una frase che veniva citata come se
discendesse dal monte Sinai, sebbene nessuno ne capisse
davvero il significato. Voleva dire che sarebbero
falliti tutti? O quasi tutti? Quelli che avevano cominciato
nei garage avrebbero fatto i soldi, ovviamente...
anzi, li avevano gi fatti. Quelli che avevano inventato
la tecnologia e il software si sarebbero arricchiti. Ma
tutti quelli arrivati dopo erano destinati al fallimento.
Si organizzarono numerosi dibattiti, e molti dei partecipanti
offrivano riflessioni interessanti (ed esprimevano
perplessit) sul futuro, ma un dato era chiaro: nel
web non c'erano soldi. E la pubblicit non era la soluzione:
la pubblicit non poteva funzionare, perch la
gente che usava internet non l'avrebbe mai accettata. Il
web era libero. Era democratico. Era puro. La pubblicit
era una scommessa persa in partenza. Cosa ancora
pi importante, nel mondo interattivo in cui viviamo
gli utenti del web l'avrebbero rifiutata e bloccata.
Il che mi porta al convegno su internet a cui ho partecipato
la scorsa settimana, dove, non vi sorprender
saperlo, circolava un nuovo luogo comune: con il web
si possono guadagnare miliardi di dollari. All'improvviso
si era capito che la pubblicit in internet era una
miniera d'oro e che non si doveva far altro che fornire
i contenuti che la giustificassero. Mi  venuto in mente
che per una web company la vera definizione di contenuto
 qualcosa da fornire per giustificare la pubblicit.
Era un pensiero deprimente, anche se in qualche
modo la mia convinzione che tutti i luoghi comuni
sulla rete prima o poi vengono sfatati mi ha salvato da
una crisi di sconforto.
A proposito, il mondo non  piatto. Ci sono muri
dappertutto. Se non ce ne fossero non saremmo andati
in Iraq dove tutti hanno perso, non soltanto Tom
Friedman.

 Fatemelo dire:
IL BRODO DI POLLO.

L'altro giorno sentivo che mi stava venendo il raffreddore.
Come misura preventiva, ho deciso di
prendere un brodo di pollo. Ciononostante, mi  venuto
il raffreddore. Succede sempre cos: ti sembra che
ti stia venendo il raffreddore, bevi il brodo di pollo, ti
ammali lo stesso.  mai possibile che sia il brodo a farti
ammalare?

 Pentimento.

Conobbi Lillian Hellman nel 1973, poco prima
della pubblicazione delle sue memorie, Pentimento.
Io ero una redattrice di Esquire e stavamo pubblicando
due sezioni del libro, una delle quali si intitolava
La tartaruga e parlava di lei e Dashiell Hammett.
Non avevo mai visto nessuno dei lavori teatrali della
Hellman e i gialli di Hammett non erano stati una
lettura facile, ma appena lessi La tartaruga in bozze
pensai che era la cosa pi romantica che fosse mai stata
scritta.  la storia di una selvaggia tartaruga alligatore
che lei e Hammett uccidono. Le tagliano la testa e la
lasciano in cucina con l'intenzione di fare una zuppa.
Non si sa come, la tartaruga resuscita, esce dalla porta
e va a morire nel bosco, scatenando una lunga disputa
ellittica tra Hellman e Hammett sull'ipotesi che l'animale
sia una reincarnazione anfibia di Ges.
La mia infatuazione per quel racconto non ha scusanti.
Non ero stupida e non ero nemmeno pi una ragazzina
ingenua, due circostanze che avrebbero potuto
costituire un'attenuante. Non ero stata nemmeno sfiorata
dal sospetto, come non lo fu quasi nessun lettore
di Pentimento, che le storie del libro fossero inventate e
che il dialogo fosse un'involontaria parodia dello stile
ostico di Dashiell Hammett. La trovavo divina. Chiamai
la New York Times Book Review per chiedere se potevo
intervistare l'autrice in occasione dell'uscita del
libro. Risposero di s.
Lillian Hellman era gi avviata verso il notevole terzo
atto della sua vita. Aveva pubblicato Una donna incompiuta,
un libro di memorie che era diventato un best
seller e aveva vinto il National Book Award, e adesso
Pentimento prometteva di vendere ancora di pi. Compariva
ai talk show e ammaliava gli ospiti soffiandogli
il fumo in faccia. Con quei due libri aveva cancellato
il brutto ricordo delle sue ultime pice teatrali. Qualche
anno dopo, dalla storia pi famosa di Pentimento,
Julia, fu tratto un film con Jane Fonda nel ruolo di Lillian
e Jason Robards in quello di Hammett. Vanessa
Redgrave era Julia, la coraggiosa spia antinazista a cui
la Hellman sosteneva di aver consegnato nel 1939 in
Germania cinquantamila dollari nascondendoli dentro
un cappello di pelliccia. La fine della vita di Lillian
Hellman fu un disastro ferroviario, ma questo accadde
dopo. Ho scritto un testo teatrale sull'argomento, e
questo  stato ancora pi tardi.
Quando incontrai Lillian, lei aveva sessantotto anni
e ne dimostrava almeno dieci di pi, persino per gli
standard dell'epoca. Non era mai stata bella, ma se non
altro era stata giovane; adesso era tutta una ruga ed era
quasi cieca. Aveva la voce roca. Fumava con il bocchino
e usava uno di quei portacenere che sembrano sacchettini
con una striscia di metallo in mezzo per appoggiarci
la sigaretta. Poich non ci vedeva quasi pi, il
rischio che il lungo cilindretto di cenere non riuscisse
ad arrivare fino al portacenere ma le cadesse in grembo
dandole fuoco aggiungeva un brivido di suspence a
ogni minuto trascorso con lei.
Eppure, e su questo mi dovete credere sulla parola,
aveva tutto il fascino di una persona piena di vita, seducente
e sincera.
Andai a trovarla nella sua casa di Martha's Vineyard,
sulla spiaggia rocciosa vicino a Chilmark. E un'intervista
imbarazzante. Non le feci nemmeno una domanda
di rilievo, anche perch non ne avevo preparata
nessuna. Ero intimidita. Quella era la donna che aveva
detto alla Commissione per le attivit antiamericane:
Non posso e non voglio adattare la mia coscienza
alla moda di quest'anno. Aveva amato l'uomo pi
difficile che si potesse immaginare e, bench lui fosse
quasi costantemente in preda ai fumi dell'alcol, ne era
stata riamata. E adesso si scopriva che in pratica aveva
fermato Hitler.
Nel pomeriggio, dopo il nostro primo colloquio, andai
a fare una passeggiata sulla spiaggia. Ero arrivata
da pochi minuti quando comparve un uomo. Sembrava
essere sbucato dal nulla. Era un signore anziano,
con i capelli grigi, grassoccio. Mi chiese se ero ospite
di Lillian e io mi innervosii. Balbettai delle scuse e mi
incamminai il pi in fretta possibile sulle rocce per tornare
alla casa. Lillian era sulla veranda, con addosso un
pareo hawaiano.
Com'era la spiaggia? chiese.
Bella dissi.
C'era qualcuno?.
Un uomo.
Vecchio? Grasso?.
S dissi.
Adesso basta sbott lei.
Si alz e si avvi verso la spiaggia.
Torn poco dopo. L'intruso era scomparso. Era furibonda.
A quanto pareva era in guerra con quel tizio.
Dannazione, gli aveva detto di stare lontano dalla sua
spiaggia. Dannazione, gli aveva detto di piantarla di
attaccare bottone con i suoi amici. Glielo avrebbe ripetuto,
se avesse osato ripresentarsi e l'avesse beccato.
Era furibonda perch se l'era filata prima che lei potesse
cacciarlo via. Non riuscivo a crederci. Moriva dalla
voglia di litigare. Amava lo scontro. Era una drammaturga
e aveva bisogno di drammi. Io ero una giornalista
e mi piaceva osservare. Ero impressionata.
Dopo che la mia pessima intervista usc sul Times,
Lillian e io diventammo amiche. Probabilmente amiche
non  la parola giusta: diciamo che divenni una
delle persone giovani della sua vita. Mi scriveva molte
lettere, lettere spiritose, quasi sempre battute a macchina,
e si firmava Miss Hellman. Mi mandava ricette. Veniva
da me e io andavo a trovarla nelle sue case. Devo
ammettere che era difficile immaginare che fosse stata
comunista. Ero cresciuta frequentando molta gente
di sinistra di Hollywood che se la passava bene, ma
nell'appartamento al 630 di Park Avenue non c'era alcuna
traccia della Vecchia Sinistra - niente arte messicana,
per esempio, n quadri e manifesti di Ben Shahn;
l'arredamento era una via di mezzo fra lo stile Wasp
e quello ebreo tedesco: divani di broccato, tavolini di
mogano scuro, marine a olio, tappeti persiani.
Organizzava cene per sei o otto invitati durante le
quali raccontava storie strepitose che, ora me ne rendo
conto, erano esagerate, ma allora mi divertivano molto.
Una domenica aveva avuto un battibecco con una
commessa del reparto pellicce di Bergdorf Goodman.
Jason Epstein le aveva incendiato la cucina preparando
cibo cinese. Lillian era divertente. Molto divertente.
Aveva una risata profonda e contagiosa e sapeva come
tener viva la conversazione.  morto un mio prozio
raccont una sera a tavola e l'avvocato mi ha chiamato
per dire: Le ha lasciato una piacevole somma di
denaro. Secondo voi quanti soldi sono una piacevole
somma di denaro?. Che gioco! Che gioco meraviglioso!
Alla fine, dopo un'accesa discussione, stabilimmo
che la nostra idea di piacevole somma di denaro
ammontava a seicentosettantacinquemila dollari. Esatto,
disse lei, avevamo indovinato. Era la verit? C'era
qualcosa di vero in quella storia? Chiss. L'ascoltavo
incantata raccontare della volta in cui Hammett era
scappato con la moglie di S. J. Perelman, di quando Peter
Feibleman (a cui alla fine lasci la casa di Martha's
Vineyard) aveva ferito i suoi sentimenti corteggiando
una delle sue migliori amiche, di come un giorno aveva
visto una ragazza e aveva pensato che potesse essere
la figlia di Julia. Era successo su una rupe, mi ricordo.
Lillian e Hammett erano in piedi su una rupe quando
una giovane donna si era avvicinata, le aveva toccato un
braccio ed era fuggita. Da allora ci penso sempre
diceva. Assomigliava tanto a Julia.
Ecco qui una lettera che mi scrisse a proposito di delicatessen,
di mio padre Henry e di me:
Sono seduta nel negozio di delicatessen P. J. Bernstein,
dove vengo una volta al mese. Da tempo mi fanno
tenerezza le signore di mezza et che devono lavorare
in piedi, e alcune cameriere, essendo ebree, approfittano
di questa tacita simpatia. Una di loro sa
che faccio qualcosa, ma non sa esattamente cosa, il che
non le impedisce di baciarmi quando ordino il mio
knockwurst.
Qualche giorno fa, appena ha finito di baciarmi mi
ha detto: Conosce Henry Aarons?. No, non lo
conosco ho risposto. Lei mi ha dato la tipica spinta
ebraica che ti sloga la spalla. Ma di sicuro conosce
sua figlia ha detto. Pu darsi ho risposto, verificando
se la spalla fosse ancora intera. Quando  tornata
con il mio knockwurst ha detto: La figlia  una
brava scrittrice, vero?. Ho risposto che non lo sapevo;
la spalla era ormai a posto. E lei: Come sarebbe?
Non sa riconoscere una brava scrittrice?. Dove
abita il signor Aarons? ho chiesto, nella speranza
di imprimere la direzione giusta alla conversazione.
Dalle mie parti?. E lei: Viene qui. Be', dopo
venti minuti, il tempo di farmi venire un 'indigestione,
ho scoperto che parlava di tuo padre, il quale, per
coincidenza, un paio d'ore pi tardi mi ha chiamata
per dirmi che aveva visto Julia.
Non so perch ti racconto tutto questo, ma dev'essere
perch voglio farti sentire in colpa.
Una lettera deliziosa, non  vero? Le ho conservate, le
sue lettere. Sono tante. Quando le sfoglio, mi tornano
tutti i ricordi: come mi piacevano le prime, come ne
ero incantata e lusingata, e come, dopo un po', avevano
cominciato a sembrarmi meno affascinanti, e com'erano
diventate, alla fine, pesanti e noiose.
 la storia di tutti gli amori.
Vi racconto una cosa che le piaceva fare: l'es. Oggigiorno
quasi nessuno sa che cosa sia, ma mia madre,
chiss perch, ci aveva insegnato il significato dell'espressione.
ES sta per Equo Scambio, ed ecco come funziona:
telefoni a una persona e le dici che hai un ES per lei.
Significa che hai sentito un complimento sul suo conto
e che glielo riferirai a patto che lei ti riferisca una cosa
bella che qualcuno ha detto su di te. Una transazione,
in altre parole.
Inutile dire che  un modo strano, ingeneroso e seriamente
narcisistico di riferire a qualcuno qualcosa di
gentile detto sul suo conto.
Signorina Ephron diceva al telefono. Parla la signorina
Hellman. Avrei un ES per lei.
Le prime volte ero felice di stare al gioco... molte
cose belle nell'aria riguardavano Lillian. Era la donna
dell'anno. Ma con il passare del tempo le sue telefonate
diventarono un incubo. I nodi venivano al pettine.
Aveva scritto un altro libro, Il tempo dei furfanti,
un testo autocelebrativo sul suo rifiuto di rispondere
alle domande della Commissione per le attivit antiamericane.
A questo era seguita la decisione piuttosto
problematica di posare per la pubblicit di un visone
Blackglama. Parlavano di lei, ma non erano commenti
che avrei potuto usare nello scambio di complimenti,
e poi io vivevo a Washington e la gente di Washington
non parla di quelli che vivono altrove, questa  la
verit.
Comunque eccola l, all'altro capo del telefono, in
attesa che io barattassi un complimento. Cercavo di
farmi venire in mente qualcosa, qualsiasi cosa. Dovevo
stare attenta, perch non volevo essere sorpresa a mentire.
In ogni caso dovevo farle credere che il complimento
venisse da un uomo perch, malgrado il suo affetto
per me, a Lillian non interessavano le carinerie di
altre donne. E non potevo dire: Sono a Washington,
qui nessuno parla di te. Cos alla fine inventavo qualcosa,
di solito una frase che attribuivo a mio marito, il
quale l'adorava (ed era vero). Ma questo non poteva
soddisfarla, perch Lillian voleva sentirsi dire che avevo
trascorso la serata con uno come Robert Redford
(tanto per fare un esempio a caso) e lui aveva confessato
di morire dalla voglia di portarsela a letto.
Quando il mio matrimonio fin e io tornai a New
York, Lillian rimase scioccata. Non riusciva a capire
perch avessi lasciato mio marito. Mi telefon e mi
preg di ripensarci. Disse che dovevo perdonarlo.
N io n mio marito avevamo la minima intenzione
di rimetterci insieme, ma lei era decisa e continu a insistere.
Non puoi perdonarlo? Colsi il momento per
uscire dalla sua vita.
Dissi a me stessa che non potevo restare amica di una
donna che reagiva cos al mio divorzio.
Poi, un anno pi tardi, Muriel Gardiner scrisse un
libro sulla sua vita di spia, prima della Seconda Guerra
Mondiale, e fu chiaro che Lillian Hellman le aveva
rubato la storia. Non era mai esistita nessuna Julia e
lei non aveva mai salvato l'Europa con il suo stupido
cappello di pelliccia.
Dissi a me stessa che non avrei mai potuto restare
amica di una donna che si era rivelata una bugiarda patologica.
Poi Lillian fece causa a Mary McCarthy perch le
aveva dato della bugiarda.
E io dissi a me stessa che non potevo pi esserle amica
perch non potevo rispettare una donna che aveva
violato il primo emendamento.
L'ho fatto davvero. Ho pensato proprio questo.
La verit  che quando un idillio come questo finisce,
qualsiasi scusa va bene. I dettagli sono solo dettagli. E
la storia  sempre la stessa: la donna giovane idealizza
la pi anziana; le gira intorno e l'altra l'accoglie nella
sua cerchia; la giovane scopre che la vecchia  soltanto
un essere umano, fine della storia.
Se la giovane  una scrittrice, prima o poi scriver
qualcosa sulla vecchia.
Gli anni passano.
Diventa vecchia anche lei.
E ci sono momenti in cui vorrebbe scusarsi... perlomeno
per come  finita.
Questo potrebbe essere uno di quei momenti.


La mia vita da polpettone.

Qualche tempo fa, il mio amico Graydon Carter
mi annunci che voleva aprire un ristorante a
New York. Tentai di dissuaderlo, perch sono fermamente
convinta che quella di avere un ristorante  il
genere di fantasia universale di cui tutti dovremmo
liberarci, prima o poi, per non rischiare di finirci intrappolati
per davvero. Diventare proprietari di un
ristorante crea parecchi problemi, tra cui il fatto non
trascurabile che non si potr pi andare a mangiare da
nessun'altra parte. Probabilmente, rinunciare alla fantasia
di avere un ristorante  l'ultima fase dello sviluppo
cognitivo.
Graydon continu imperterrito per la sua strada e il
ristorante che apr downtown si fece una buona clientela.
Un anno dopo mi raccont che stava per aprirne
un altro, questa volta uptown, nei locali dell'ex Monkey
Bar. Disse che si augurava di farlo diventare qualcosa
come l'Ivy di Londra, uno dei miei posti favoriti,
e mi chiese se avevo qualche suggerimento per il menu.
Gli mandai senza indugio una lunga lista. In cima alla
lista c'era il polpettone. Io amo il polpettone. Mi fa
sentire a casa.
Alcuni mesi prima dell'apertura del ristorante uptown,
fui invitata a una serata di degustazione che
comprendeva un piatto insolito: due grosse fette di
polpettone leggermente rosolate e piuttosto croccanti
all'esterno. Era un'ottima combinazione di morbido
e croccante, che evitava il tranello principale del polpettone
tenero come una poltiglia, che si fa spazzolare
nel giro di un minuto. Non direi che questo polpettone
mi facesse sentire proprio a casa, ma era delizioso.
Lo servivano con sopra una gustosa crema di funghi
che ci stava benissimo, data la presenza della crosta. Di
solito ho forti riserve sulla crema di funghi, per quel
polpettone sembrava chiamarla a gran voce, e non per
lamentarsene.
Non potevo certo immaginare che il polpettone del
Monkey Bar avrebbe portato il mio nome: invece,
quando il ristorante apr, eccolo nel menu: Polpettone
alla Nora. Mi sentii in dovere di ordinarlo, per lealt
verso me stessa, e lo trovai eccellente come alla serata
di degustazione. Ero entusiasta. Inoltre mi sentivo stranamente
realizzata. Come se, pur non avendo mosso
un dito, l'avessi creato io. Avevo sempre invidiato Nellie
Melba per la sua pesca, Margherita di Savoia per la
pizza e Reuben per il sandwich, e adesso ero entrata nel
club. Polpettone alla Nora. Qualcosa per cui sarei stata
ricordata. Non era esattamente quello che avevo in
mente quando facevamo il gioco A cosa vorresti dare
il tuo nome?, perch allora speravo in un nuovo ballo
o un modello di pantaloni. Ma adesso ero pi vecchia
ed ero disposta ad accontentarmi di un polpettone.
A proposito, non ero l'unica a comparire nel menu
del Monkey Bar. La mia amica Louise dava il nome a
un'insalata, la Sunset Salad Louise.
Durante le due settimane successive mi arrivarono
cinque o sei e-mail di amici che si complimentavano
per il mio polpettone.
Ecco che cosa non risposi:
1. Non c'entravo niente.
2. Non era esattamente mio.
3. Nel mio polpettone ci metto una busta di passata
di cipolle liofilizzata Lipton.
Risposi invece:
1. Grazie.
2. Sono molto contenta che tu l'abbia ordinato.
3.  buono, vero?
Ero orgogliosa. Il mio polpettone faceva furore. Era
l che lavorava per me, mentre io me ne stavo a casa a
navigare in rete e a perdere intere giornate pensando a
come rinnovare il salotto.
Quando tornai al Monkey Bar lo ordinai di nuovo.
Dopotutto, se non lo chiedevo io, come potevo aspettarmi
che altri lo facessero? Ma c'era stata una variazione
inquietante. Invece delle due fette di polpettone ce
n'era una sola e la crema veniva servita a parte. Ne parlai
con il maitre che, dopo avermi ascoltata cortesemente,
mi spieg che un altro cliente aveva suggerito di mettere
la crema a parte e per questo adesso veniva servita a
parte. Non potei fare a meno di pensare che avrebbero
dovuto consultarmi. Con molto garbo, cercai di fargli
capire che era stato commesso un errore catastrofico.
Dissi che io ero la regina della crema a parte, ma che
questo polpettone in particolare implorava di esserne
cosparso. Il maitre promise che ci avrebbe pensato.
Dopo un paio di settimane, all'improvviso notai che
stranamente, come i cani che non abbaiano nel Mastino
dei Baskerville, non mi erano pi arrivate e-mail di
complimenti per il mio polpettone. Quando tornai al
Monkey Bar la volta successiva, c'era anche la mia amica
Alessandra. Finita la cena lei si avvicin al nostro tavolo
e disse: Il polpettone sembra un disco da hockey.
Ero sconvolta. Non si poteva negare che stava peggiorando,
ma paragonarlo a un disco da hockey mi
sembr eccessivo. Dubitai della nostra amicizia. Forse
Alessandra non aveva notato che il piatto portava
il mio nome? E se fosse stato proprio il mio polpettone,
invece di un polpettone qualsiasi a cui era stato
appiccicato con leggerezza il mio nome senza neanche
chiedermi se fossi d'accordo? Mi sembr crudele e insensibile
da parte sua.
Questo accadeva un sabato sera. Il luned successivo
ricevetti un'e-mail dal mio amico Sandy. Diceva: Re:
polpettone Monkey Bar. Fagli causa.
A quel punto scrissi a Graydon un'e-mail piuttosto
lunga in cui spiegavo che pur non avendo alcuna intenzione
di creargli problemi, mi sentivo obbligata a informarlo
che la gente parlava del polpettone e ci che
diceva non era lusinghiero. Mi rispose che avevano gi
provveduto: avevano appena licenziato lo chef per sostituirlo
con il famoso Larry Forgione. Erano scontenti
da settimane. Il polpettone era soltanto un sintomo del
problema.
Forgione arriv e modific il menu e la ricetta del
polpettone, che divenne un polpettone tradizionale,
saporito e morbido, e, pur non contenendo una busta
di passata di cipolle liofilizzata Lipton, mi faceva davvero
sentire a casa. Lo servivano ancora con la crema di
funghi a parte, anche se non so bene perch, visto che
questo polpettone non la richiedeva. Per c'era lo stesso,
una specie di equivalente gastronomico della coda
vestigiale.
Mi sentii sollevata. Potevo rilassarmi. Il mio polpettone
era stato salvato e adesso ero libera di ordinare gli
altri piatti del Monkey Bar. Provai una versione perfetta
del chili di Chasen, servita con un muffin di granturco.
Talmente celestiale da farmi decidere di restargli fedele
per un po'. Dopo qualche tempo mi accorsi che il polpettone
era stato retrocesso al ruolo di piatto del giorno
del marted, ma ero troppo presa dal mio rapporto monogamico
con il chili per farmene un cruccio.
Ne sto scrivendo perch ieri sono andata a cena al
Monkey Bar. Era marted. Mi ero ripromessa di dare
un'occhiata al mio polpettone. Ho aperto il menu e,
prima ancora di posarci lo sguardo, sapevo che cosa
avrei visto o, per meglio dire, che cosa non avrei visto.
Il mio polpettone non c'era pi.
L'insalata di Louise c'era ancora, ma il polpettone
alla Nora era sparito.
Era stato cassato. Non c'era altra spiegazione.
Ho chiesto se qualcuno ne avesse parlato, adesso che
non c'era pi. Ho chiesto se ci fossero state delle lamentele.
Se qualcuno se ne fosse almeno accorto. Nessuno.
Come se non fosse mai esistito.
Ora il piatto del marted sono gli spaghetti con le
polpette. Li ho ordinati nella speranza di scoprire che
era stata commessa una grave ingiustizia, ma spaghetti
e polpette erano squisiti. Ho buttato l un piccolo suggerimento
sulla consistenza del parmigiano grattugiato,
e ora non mi resta che augurarmi che qualcuno mi
ascolti.

 Assuefazione.

Alcuni anni fa incappai in una cosa che si chiamava
Scrabble Blitz, su un sito che si chiamava Games.
com. Era una versione della durata di quattro minuti
del solitario Scrabble, e mi sono messa a giocare ignara
del fatto che nel giro di un giorno - non esagero - mi
avrebbe bruciato il cervello. Non sono nuova a questo
genere di esperienze: un'estate, quando ero giovane, mi
era venuta un'insana passione per il croquet, al punto
che facevo sogni ricorrenti in cui, brandendo la mazza,
ficcavo la testa di mia madre nella porta.
Mi  successa la stessa cosa con Scrabble Blitz, senza
mia madre, defunta da molti anni. Ho cominciato a fare
sogni sullo Scrabble in cui le persone si trasformavano
in lettere che mi giravano intorno in una danza sfrenata.
Se qualcuno mi parlava, mi estraniavo dalla conversazione
e mi ritrovavo a pensare a quante lettere aveva
il nome di chi non stavo ascoltando. Mi addormentavo
memorizzando le parole di due o tre lettere, che  ci
che distingue i drogati di Scrabble da quelli che non
lo sono. (Per esempio, mentre voi eravate impegnati in
altre faccende, nel dizionario di Scrabble le seguenti
sillabe sono diventate parole: qi, za, e ka. Non chiedetemi
che cosa significhino, ma posso presumere che,
sulla scorta della tradizione, siano monete indonesiane.
E anche Luv  una parola, come lo  suq).
Ricordate quella pubblicit, Questo  il vostro cervello.
Questo  il vostro cervello se assumete droghe?
Io ero cos. Avevo il cervello in pappa. E sentivo che stava
andando in pappa. Diventavo ogni giorno pi vaga,
distratta e deconcentrata: mostravo tutti i sintomi di
un deficit di attenzione all'ultimo stadio, mi stavo trasformando
in un maschio adolescente. Mi informai su
come internet altera il tuo cervello in modo permanente
e tentai di condividere la mia nuova consapevolezza
in luoghi di tutti i generi dove, se ricordo bene, nessuno
era particolarmente interessato ad ascoltarmi.
Il sito di Scrabble Blitz era frequentatissimo da altri
disturbati che gestivano la loro assuefazione scrivendo
commenti in chat durante i due minuti d'intervallo tra
una partita e l'altra, una pausa perfetta per fare il logout
e smettere di giocare, solo che nessuno usciva perch
eravamo totalmente drogati e pensavamo che tanto
avremmo giocato solo un'altra partita o al massimo
due. I commenti suonavano pi o meno cos: Sono un
drogato, lol e Non riesco a smettere, ah ah ah. Il
mio disprezzo per questi commenti mi induceva a sentirmi
diversa dalla gente che scriveva, ma in verit non
lo ero: ero esattamente come loro, eccetto per lol e ah
ah ah, sebbene mi sia capitato di usarli qualche volta,
anche se non in chat e quasi sempre ironicamente, mi
auguro. Ma, a essere sincera, non potrei giurarci.
Alla fine Scrabble Blitz divenne ingestibile per il sito.
Il lag era un grosso problema. Di tanto in tanto l'area
restava inaccessibile per giorni e, quando tornava, tornavano
anche tutti i drogati con i loro commenti su
come era stata dura sopravvivere senza il gioco. Mi
stava venendo la sindrome del tunnel carpale, non sto
scherzando. Capii che dovevo liberarmi del vizio. Ci
pensai seriamente. Promisi a me stessa che l'avrei fatto.
Dopo un'altra partita. Dopo un altro giorno. Un'altra
settimana. E poi, improvvisamente, fui salvata da quella
che nelle polizze di assicurazione viene definita calamit
naturale: Scrabble Blitz chiuse, per sempre. Era
finita. Non esisteva pi.
Tornai allo Scrabble online normale, una versione
del gioco blanda e soporifera. Mi limitai a due partite
al giorno, non di pi. Per parecchi anni vagai da un
sito all'altro - ce ne sono un bel po' - e adesso ho trovato
Scrabulous.com. Gioco su questo sito da poco pi
di cinquanta giorni, lo so perch ho appena ricevuto
un'e-mail di congratulazioni dallo staff in occasione
della mia centunesima partita. Mi  venuto il dubbio
che anche due partite al giorno sono troppe, forse. Ci,
tuttavia, non mi ha impedito di giocare. Sono in grado
di controllarmi.
Questa settimana per ho avuto una brutta ricaduta.
Entrando nel sito per giocare le mie abituali due partite,
con grande stupore ho visto nella home page un
link a Scrabble Blitz. Solo che non si chiamava Scrabble
Blitz. Si chiamava Blitz Scrabble. Era tornato. Funzionava
perfettamente. E non solo era tornato il gioco,
erano tornati anche tutti quelli con cui avevo giocato,
ognuno con le sue tristi battute sull'assuefazione, seguite
da lol o ah ah ah e a volte da una . Ho deciso
di giocare solo una partita, magari due. Un'ora pi tardi
ero ancora l. Il cuore mi batteva forte. Il mio cervello
stava andando di nuovo in pappa. Ero fatta.
Sono passati cinque giorni, cinque giorni in cui ho
giocato a Blitz Scrabble oppure ho pensato di giocare
a Blitz Scrabble. Quando mi addormento, le lettere mi
danzano nella testa. Sono di nuovo un maschio adolescente.
 evidente che c' una sola cosa da fare: devo
attivare il filtro che blocca i siti vietati ai minori - sono
sicura che il mio computer ce l'ha - e mettere Scrabulous.com
sulla lista.
Addio. Me ne vado. Me ne vado per sempre.
Ma, prima di andarmene, voglio fare la mia ultima
partita di Blitz Scrabble. O penultima. O terz'ultima.
.

 I SEI STADI DELL'E-MAIL.

Primo stadio:
INFATUAZIONE
Ho un indirizzo e-mail! Non riesco a crederci!  fantastico!
Ecco il mio indirizzo. Scrivimi. Chi ha detto che
l'abitudine di scrivere lettere era morta? Come si sbagliavano.
Per la prima volta da anni sto scrivendo lettere
come una matta. Torno a casa, ignoro i miei cari e mi
metto al computer per contattare perfetti sconosciuti.
E non  grandioso Aol?  cos facile. Cos friendly. E
la comunit globale. Iuuhuu! C' posta per me!
Secondo stadio:
CHIARIMENTO
Okay, comincio a capire... inviare e-mail non  affatto
come scrivere lettere,  qualcosa di completamente
diverso.  stata appena inventata, questa cosa,  appena nata
e nel giro di poche ore ha gi una forma e una
serie di regole e un linguaggio tutto suo. Non succedeva
niente del genere dall'invenzione della stampa.
Dall'avvento della televisione. E rivoluzionario. Cambia
la nostra vita. E una stenografia. Va subito al sodo.
Non perde tempo. Con un'e-mail bastano cinque secondi
per fare quello che al telefono richiederebbe cinque
minuti. Al telefono devi parlare, dire cose come
ciao e arrivederci, fingere una parvenza di interesse per
il tuo interlocutore. Peggio ancora: il telefono a volte
ti costringe a programmare un incontro con le persone
con cui stai parlando, a suggerire di vedersi per prnzo
o per cena, anche quando non ne hai voglia. Con un'email,
questo pericolo non c'. Le e-mail sono un modo
completamente nuovo di comunicare con gli amici: intime
ma non troppo, loquaci ma non troppo, comunicative
ma non troppo; insomma, amici ma non troppo.
Che invenzione! Come abbiamo fatto a vivere senza?
Avrei altro da dire sull'argomento, ma devo rispondere
al messaggio urgente di qualcuno che quasi conosco.
Terzo stadio:
confusione
Cos'ho fatto per meritarmi questo? Viagra!!!!!! Best
Web source for Vioxx. Una settimana a Cancun. Per
un bel prato verdeggiante. Astrid vorrebbe essere uno
dei tuoi amici. XXXXXXXVideo. Allunga il tuo pene
di sette centimetri. Il Comitato Nazionale Democratico
ha bisogno di te. Virus Alert. Fw: Buffo. Fw: Comico.
Fw: Esilarante. Fw: Uva e uvetta tossiche per i
cani. Fw: L'ultimo addio di Gabriel Garcia Mrquez.
Fw: Il discorso di Kurt Vonnegut al Mit. Fw: La ricetta
dei biscotti al cioccolato Neiman Marcus. Membro
di Aol: ci interessa la tua opinione. Un messaggio
di Barack Obama. Mutui vantaggiosi, Nora. Anche
tu puoi splendere, Nora. Vuoi ridurre le spese, Nora?
Yvette vorrebbe diventare tua amica. La connessione 
stata interrotta.
Quarto stadio:
DISINCANTO
Aiuto! Affogo. Devo rispondere a centododici e-mail.
Sono una scrittrice, chiss quante ne avrei se facessi un
lavoro vero. Chiss quanto potrei scrivere, se non dovessi
rispondere a tutte queste e-mail. Mi fanno male
i polsi. Non riesco a concentrarmi. Appena comincio
a scrivere qualcosa, l'icona si mette a saltare su e gi e
devo per forza controllare se  arrivato un messaggio
utile o interessante. No, niente. Per da un momento
all'altro potrebbe arrivare. E in effetti  vero, con
un'e-mail posso fare in pochi secondi quello che mi
porterebbe via molto pi tempo al telefono, ma nella
maggior parte dei casi la posta mi arriva da gente che
non ha il mio numero di telefono e comunque non mi
chiamerebbe. Mentre scrivevo questo paragrafo, sono
arrivate altre tre e-mail. Adesso devo rispondere a centoquindici
e-mail. Aggiornamento: centosedici. Gi
gi gi gi gi.
Quinto stadio:
ADATTAMENTO
S. No. Non posso. Impossibile. Forse. Non credo. Mi
dispiace. Mi dispiace tanto. Grazie. No, grazie. Fuori
citt. Fuori. Riscrivi tra un mese. Riscrivi in autunno.
Riscrivi tra un anno. NoraE@aol.com ora pu essere
raggiunta a NoraE81082@gmail.com.
Sesto stadio:
morte
Chiamami.

 Flop.

Ho avuto molti flop.
Film che sono stati un fiasco totale.
Quando dico fiasco totale, voglio dire che hanno avuto
pessime recensioni e non hanno guadagnato niente
al botteghino.
Ho avuto anche insuccessi parziali: lavori che hanno
avuto buone recensioni e al botteghino non hanno
guadagnato niente.
Ho avuto anche successi.
Un successo  bellissimo. Non c' niente di meglio.
Un insuccesso invece  orribile. E penoso e mortificante.
 triste e solitario.
Alcuni dei miei insuccessi alla fine sono diventati
film di culto, che  l'ultima spiaggia per un flop, ma
perlopi sono rimasti insuccessi.
Il flop ti rimane appiccicato addosso come ai film di
successo non accade. Ti tormentano. Non trovi pace.
Provi a girare di nuovo mentalmente il film. A cambiare
il cast. A rifare il montaggio. A riscriverlo. A rifare le
scene. Valuti tutti i se e i ma. Non sai a chi o a che cosa
dare la colpa.
Il bello di dirigere un film, a differenza di quando
scrivi solo la sceneggiatura,  che non ti puoi sbagliare
sul colpevole: sei tu. Ma prima di dedicarmi alla regia,
quando ero soltanto una sceneggiatrice, potevo accusare
chiunque. Anni fa ho scritto un film che non ha funzionato.
Secondo me. Magari l'avete visto. Magari vi 
persino piaciuto. Ma quando  andato nelle sale,  stato
un flop; ha avuto una sola buona recensione in tutti gli
Stati Uniti e poi  andato a fondo come un sasso.
Per anni ho cercato di capire dove avevo sbagliato e
che cosa avrei dovuto fare. Che cosa avrei dovuto dire
al regista? Che cosa avrei dovuto fare per difendere la
prima versione della sceneggiatura, la versione migliore,
quella con la voce fuori campo? Che cosa avrei dovuto
fare per impedire al regista di inserire la sequenza
del luna park o di tagliare i flashback, che erano molto
divertenti? O no?
Per anni mi sono interrogata su tutto questo. Poi un
giorno sono andata a pranzo con la persona che aveva
curato il montaggio. Stavo per lavorare alla mia prima
regia e speravo che potesse darmi qualche consiglio. A
un certo punto ci siamo messi a parlare di quel flop.
Dev'essere stato lui a tirar fuori l'argomento, perch io
non l'avrei mai fatto.  un'altra caratteristica degli insuccessi:
dopo eviti di parlarne, perch fa troppo male.
Comunque, lui mi assicur che non avremmo potuto
fare nulla; il problema, disse, era il cast. Mi tranquillizzai,
almeno per un po'. Se non altro era una soluzione
dell'enigma: il cast non era quello giusto. Logico.
Quindi non era colpa mia. Che sollievo.
Per molto tempo mi sono consolata con questa teoria.
Poi, di recente, ho rivisto il film e ho capito perch
non aveva funzionato. Gli attori andavano bene, il problema
era la sceneggiatura. Non era abbastanza buona,
non era abbastanza divertente, non era abbastanza solida.
Quindi, dopotutto, la colpa era mia.
A proposito, una delle cose in cui speri, quando il tuo
film viene stroncato,  che un critico importante se ne
appassioni e attacchi tutti i colleghi che non l'hanno
apprezzato. Lo dico per due ragioni: primo, hai modo
di capire quanto diventi patetica dopo un flop; secondo,
mi  successo veramente con un film di cui ho
scritto la sceneggiatura, Affari di cuore. Quando usc
nelle sale, Affari di cuore fu un fiasco. Un anno dopo,
Vincent Canby, eminente critico cinematografico del
New York Times, lo vide per la prima volta e scrisse un
articolo in cui lo definiva un piccolo capolavoro. Non
sono le sue parole esatte, ma quasi. E sostenne che gli
sembrava assurdo che gli altri critici non se ne fossero
resi conto.  una magra consolazione, perch non ho
potuto fare a meno di chiedermi come sarebbero andate
le cose se lui l'avesse recensito all'uscita. Non sto
insinuando che il film avrebbe potuto andare meglio al
botteghino, per una recensione favorevole del Times
sarebbe stata un buon paracadute.
Uno degli aspetti pi tristi di un flop  che, anche
se in seguito riesce a cavarsela, anche se viene in parte
redento, tu rimani scottata, ferita dal primo giudizio.
La cosa peggiore  che puoi persino arrivare a trovarti
d'accordo con il pubblico, vale a dire quelli a cui non 
piaciuto. Sei d'accordo con loro, sebbene ci significhi
abbandonare la tua creatura.
La gente che non  del mestiere si chiede sempre se
lo sapevi, che sarebbe stato un flop. Dicono cose come:
Non l'avevano capito?. Non se lo aspettavano?.
La mia esperienza mi dice che no, non lo sai. Non lo
sai perch sei tu che hai scritto la sceneggiatura. Perch
gli attori ti piacciono. Adori la troupe. Due o trecento
persone ti hanno seguito in quest'avventura, hanno dedicato
sei mesi o un anno della loro vita a un'impresa in
cui tu li hai convinti a credere.  la tua festa, sei la padrona
di casa. Hai fatto l'impossibile per avere un buon
catering sul set. Hai fatto arrivare in aereo il semifreddo
dal Wisconsin. E tutti si stanno divertendo da matti.
Ora so che quando giri un film in cui la troupe se la
ride e il tecnico del suono continua a dirti che sar la
commedia pi divertente della storia, sei nei guai.
La prima volta che mi  successo non me lo aspettavo,
ovviamente. La troupe era entusiasta. Si buttavano per
terra dal ridere. L'operatore e l'assistente si ficcavano
in bocca i fazzoletti di carta per non sghignazzare. Ma
dopo il montaggio la proiezione di prova and male.
Voglio essere pi esplicita: and come vanno molte
commedie, ovvero il pubblico rise delle battute eppure
il film non piaceva. Questo  il momento in cui dovresti
capire che ti stai avvicinando al flop, invece non lo
capisci, pensi di poter ancora rimediare. Dopotutto,
hanno riso, no? Deve pur significare qualcosa. E poi girano
tante storie sui film sistemati dopo la proiezione di
prova. Sono fatti risaputi. Hanno sistemato Attrazione
fatale. Non che il tuo film assomigli neanche lontanamente
ad Attrazione fatale. Per ti d una speranza.
Cos rifai il montaggio. E giri daccapo alcune scene.
E la proiezione di prova va male di nuovo.
A questo punto dovresti saperlo, che sar un flop. Saresti
una sciocca a non capirlo.
Ma non lo ammetti. Perch speri. Speri nonostante
tutto. Speri che ai critici piacer. Forse le recensioni
serviranno. Speri che lo studio prepari un trailer che
spieghi il film al pubblico. Passi ore al telefono con
quelli del marketing. Ti preoccupi per le cifre. Ti dici
che le proiezioni di prova non contano, anche se contano,
invece. Contano eccome, soprattutto quando fai
un film commerciale.
Poi il film arriva nelle sale ed  fatta. Le recensioni
sono pessime e nessuno va a vederlo. Forse non lavorerai
pi. Nessuno ti telefona. Silenzio.
Il tempo passa. La vita continua. Hai la fortuna di
poter girare un altro film.
Eppure, quel fiasco rimane nella storia della tua vita
come un buco nero con un campo magnetico molto
potente.
A proposito, c' gente che sottolinea gli aspetti positivi
dei flop. Scrivono libri su come hanno raggiunto il
successo grazie al fallimento e sul potere del fallimento.
Fallire, dicono,  un'esperienza di crescita; dal fallimento
si impara. Vorrei che fosse vero. A me pare che
la cosa pi importante che si impara da un fallimento 
che pu benissimo capitartene un altro.
Il mio pi grande flop  stato un lavoro teatrale. Ebbe
un'accoglienza tiepida, vale a dire alcune buone recensioni
ma neanche una riga sul New York Times. Ha vivacchiato
per un paio di mesi e poi  morto. Tutti i soldi
investiti sono andati persi. Era la cosa pi bella che
avessi mai scritto, quindi  stata un'esperienza che mi
ha spezzato il cuore. Se ci penso per pi di un minuto
mi metto a piangere.
Alcuni lavori sono un flop ma continuano a esistere
grazie ai teatri di repertorio e alle compagnie amatoriali.
Questa no. Nessuno la mette pi in scena, mai.
Potreste pensare che io abbia rinunciato a sperare che
possa succedere qualcosa di buono alla mia commedia,
ma non  cos: a volte fantastico che, quando sar in
punto di morte, qualcuno in grado di rimetterla in
scena verr al mio capezzale per dirmi addio e io gli
dir : Posso chiederti un favore?. Risponder di s.
Cos'altro potrebbe rispondere a una che sta morendo?
E allora gli dir: Ti prego, potresti rimettere in scena
la mia commedia?.
Si pu essere pi patetici?

 La cena di Natale.

Facciamo una cena di Natale tradizionale da ventidue
anni. Siamo in quattordici - otto genitori e sei
figli - e durante la settimana delle vacanze ci troviamo
tutti da Jim e Phoebe. Per una sera all'anno siamo una
famiglia, un'allegra famiglia improvvisata, una famiglia
di amici. Ci scambiamo doni modesti, facciamo
previsioni sull'anno nuovo e mangiamo.
Ognuno di noi porta qualcosa. Maggie porta gli antipasti.
Come tutti quelli a cui vengono affidati gli antipasti,
Maggie non ha grandi doti culinarie, per  una
grande esperta nell'acquisto degli antipasti. Jim e Phoebe,
i padroni di casa, si occupano della portata principale.
Quest'anno ci sar il tacchino. A me e a Ruthie
sono sempre toccati i dolci. La specialit di Ruthie era
un meraviglioso pudding di pane. Io, siccome non riesco
mai a decidermi fra varie ricette, di solito ne preparo
tre: qualcosa con il cioccolato (per esempio una torta
di cioccolato alla panna), una torta di frutta (come
una tarte Tatin) e un plum pudding, il classico pudding
e, che mangio solo io. Mi piace
preparare i dolci per la cena di Natale, e sono sempre
stata convinta di essere bravissima. Ma adesso che tutto
 andato al diavolo e mi ritrovo qui a ripensare agli ultimi
ventidue anni di cene, mi rendo conto che l'unico
dolce che tutti hanno sempre mostrato di gradire  il
pudding di pane di Ruthie; nessuno ha mai fatto un
complimento ai dolci che preparavo io. Come ho potuto,
in tutti questi anni, non accorgermi di una verit
tanto semplice  uno degli aspetti pi sconcertanti della
faccenda.
Poco pi di un anno fa Ruthie  morta. Era la mia
migliore amica. Era anche la migliore amica di Maggie
e di Phoebe. E stata una tragedia per tutti. Un mese
dopo c' stata la nostra cena natalizia, ma senza di lei
non era pi la stessa... la vita non era pi la stessa, la
cena non era pi la stessa e il pudding di pane di Ruthie
(l'avevo preparato seguendo fedelmente la sua ricetta)
non era lo stesso. Quest'anno, quando abbiamo aperto
i negoziati per decidere la data della cena, ho detto
a Phoebe che non volevo fare di nuovo il pudding di
pane di Ruthie, perch mi faceva sentire persino peggio
di come stavo.
Comunque abbiamo stabilito la data. Ma poi il marito
di Ruthie, Stanley, ci ha rivelato che non se la sentiva.
Era troppo triste, ha detto. Allora Phoebe ha deciso
di invitare un'altra famiglia e ha chiesto a Walter
e Priscilla di venire con i figli. Walter e Priscilla sono
buoni amici, anche se quattro anni fa lei ha annunciato
che non le piaceva pi vivere a New York e che si
trasferiva in Inghilterra con i ragazzi. Priscilla, essendo
inglese, ha tutto il diritto di preferire l'Inghilterra
a New York, eppure non  stato facile non prendere
la sua decisione come un affronto personale. Comunque,
lei e i ragazzi verranno a Manhattan per stare con
Walter a Natale e hanno accettato l'invito alla nostra
cena. Qualche giorno dopo Phoebe mi ha chiamata e
mi ha detto che aveva chiesto a Priscilla di preparare
un dolce. Ero basita. I dolci li faccio io. Mi piace fare
i dolci. Faccio dolci squisiti, io. Priscilla odia occuparsi
dei dolci. L'unico dolce che abbia mai preparato
in vita sua  la zuppa inglese, e quando la serve non
manca mai di dire che la detesta e non la mangia per
nessun motivo.
Far la zuppa inglese ho detto.
No, non la far.
Come lo sai?.
Le dir di non fare la zuppa inglese mi ha risposto
Phoebe. Senti, ma come te la cavi con il pur di
patate?.
Benissimo.
Allora porta il pur ha detto lei. A noi non viene
bene.
D'accordo.
Nei giorni seguenti ho cercato di decidere che dolci
avrei portato. Ho preso il nuovo libro di ricette di
Martha Stewart e ne ho trovata una della torta alle ciliegie.
Ho ordinato via internet le ciliegie dal Wisconsin.
Ho comprato gli ingredienti per il plum pudding
che mangio solo io. Stavo meditando di fare una torta
alla menta. E poi  accaduto l'impensabile: Phoebe mi
ha mandato un'e-mail per dire che, siccome io avrei
preparato il pur, aveva chiesto a Priscilla di pensare lei
a tutti i dolci. No, non poteva essere vero. Defraudata
dei dolci e retrocessa al pur? Lo sanno tutti che sono
una cuoca fantastica... com'era possibile? Mi  balenato
per la mente il pensiero che Phoebe stesse usando
la morte di Ruthie per impedirmi di fare i dolci. Non
era da escludere che ci stesse provando da anni; era soltanto
questione di tempo e sarei stata incaricata degli
antipasti, mentre Maggie, privata del ruolo, avrebbe
portato la frutta secca.
Per riflettere sul colpo inferto alla mia autostima, ho
fatto un bagno.
Sono uscita dalla vasca e ho scritto la mia risposta
a Phoebe. Una parola sola: Cosa?. Un messaggio
laconico ed efficace, che avrebbe senz'altro catturato
la sua attenzione.
Qualche minuto dopo  squillato il telefono. Era lei.
Non chiamava per parlare della mia e-mail.
Roba da non credere ha detto. Ho appena ricevuto
un'e-mail di Priscilla: dice che lei non prepara
nessun dolce. Walter  andato a Londra e ha comprato
le miricepies. Le porter a New York. Io le odio, le miricepies. Non le posso vedere. Una volta le avevi fatte anche
tu e poi non le ha mangiate nessuno, o sbaglio?.
Erano tortini con le uvette ho precisato. E a me
piacevano.
Mince pies! ha detto Phoebe. Chi vuoi che le
mangi?.
Cosa pensi di fare? ho chiesto.
Ho gi fatto ha risposto Phoebe. Le ho scritto e
le ho detto che le mince pies sono fuori questione, e di
ordinare un tronchetto di Natale e una torta al cocco
da Eli e farmele consegnare direttamente. Mince pies.
Figuriamoci.
Roba da non credere ho detto. Penso che a questo
punto potremmo eleggere la donna pi crudele del
pianeta.
Chi sarebbe? chiese lei.
Tu risposi. Perch non posso occuparmi dei
dolci? Mi piace fare i dolci. L'anno scorso la mia torta
alla menta  stata un successone.
Me la ricordo ha detto Phoebe.
Ho gi ordinato le ciliegie dal Wisconsin. Solo la
spedizione costa cinquantadue dollari.
Se vuoi portare il dolce, portalo ha detto Phoebe.
Non vedo perch, visto che ci saranno il tronchetto
e le mince pies....
E la torta al cocco ha aggiunto lei. La torta al
cocco non pu mancare, ma tu puoi portare quello che
vuoi.
Ho chiuso la comunicazione. Ero fuori di me. Fra
l'altro avevo gi comprato quattro gelati alla menta
per una torta che ormai non avrei pi preparato, a
meno che non volessi dimostrare di essere la campionessa
mondiale di non-capisco-l'antifona. Oh, come
mi mancava Ruthie! Se fosse stata ancora viva non ci
sarebbero stati tutti questi malintesi. Era lei a tenerci
uniti, a darci l'illusione di essere una famiglia. Era la
madre che, amandoci tutti, faceva s che ci volessimo
bene, era lo spirito del Natale. Senza di lei eravamo un
gruppo di fratelli litigiosi; adesso che lei non c'era pi,
veniva fuori il nostro lato peggiore.
Ho acceso il computer e ho aperto il file con le immagini
del nostro ultimo Natale insieme. Eravamo felici,
stretti l'uno all'altro, una cosa sola. E c'era Ruthie.
Aveva un sorriso bellissimo.
Il giorno dopo mi ha telefonato Walter. Era appena
arrivato a New York con quattordici mince pies e le
avrebbe portate alla cena di Natale, cascasse il mondo.
Ne vado pazzo mi ha detto. Senza le mince pies
non mi sembra neanche Natale.
So come si sente.
Ilpudding di pane di Ruthie
5 uova grosse
4 tuorli
200 grammi di zucchero semolato
Una di cucchiaino da t di sale
mezzo litro di latte intero
250 ml di panna, pi 250 per servire
1 cucchiaino da t di estratto di vaniglia
12 fette di pan brioche alte un centimetro e mezzo,
senza crosta e imburrate su un solo lato
65 grammi di zucchero a velo
Riscaldate il forno a 180 gradi e imburrate una teglia
bassa.
Sbattete delicatamente uova e tuorli con lo zucchero
e il sale, fino a ottenere una crema.
Mettete latte e panna in una casseruola e scaldate a
fuoco alto senza portare a ebollizione. Quando il liquido
comincia a fremere toglietelo dal fuoco e aggiungete
l'estratto di vaniglia. Unitelo al composto di uova e
MESCOLATE DELICATAMENTE.
Disponete a strati le fette di pane nella teglia, con il
lato imburrato verso l'alto, e versateci sopra l'impasto.
Mettete la teglia in un contenitore pi grande ripieno
di acqua calda fino a met e fate cuocere per 45 minuti
o fino a quando il pane  dorato e la lama di un coltello
ne esce asciutta. Il pudding deve risultare dorato
e gonfio. Lo si pu preparare in anticipo, ma non va
raffreddato in frigorifero.
Prima di servirlo, spolverizzatelo con lo zucchero a
velo e mettetelo sotto il grill. Non allontanatevi dal
forno, basta un minuto. Oppure potete usare uno di
quegli aggeggi che servono per caramellare lo zucchero
sulla crme brule.
Servite con panna a parte.

 La parola con la D.

Per un periodo piuttosto lungo, essere una donna
divorziata ha rappresentato il fatto principale della
mia vita. E ha continuato a essere cos anche quando
mi sono risposata, e quindi non ero pi una donna divorziata.
Ormai sono sposata con il mio terzo marito
da pi di vent'anni. Ma se hai avuto figli con l'uomo
da cui ti sei separata, il divorzio definisce ogni cosa; 
l'ombra in agguato, la fetta di rabbia nella torta della
tua mente.
Esistono i buoni divorzi, naturalmente, dove tutto
si svolge in maniera civile e addirittura cordiale. Gli
assegni di mantenimento per i figli arrivano puntuali.
Le visite avvengono nei tempi e nei modi stabiliti.
L'ex marito suona il campanello e si ferma sulla soglia,
non entra mai senza bussare e non va dritto in cucina
a prepararsi una tazza di caff. Nella mia prossima vita
vorrei avere un divorzio cos.
Una cosa buona da dire sul divorzio  che ti consente
di essere una moglie migliore per il marito che viene
dopo perch hai un bersaglio contro cui rivolgere la
rabbia, e non  la persona che ti sta accanto.
Un'altra cosa buona da dire sul divorzio  che ti mostra
con chiarezza una realt che il matrimonio occulta,
ovvero che nella vita ti devi arrangiare da sola. Non
ci sar pi nessuna lotta di potere su chi si alzer nel
cuore della notte; ti alzerai tu.
Per quanto riguarda i figli, invece, nel divorzio non
c' niente di positivo. Non ci si deve illudere, come fanno
molti. Si sentono affermazioni del tipo:  meglio
che i bambini non crescano con genitori infelici. Ma a
meno che i genitori si pestino a sangue o maltrattino i
figli, i bambini staranno meglio se loro due rimangono
insieme. Sono troppo piccoli per fare la spola fra una
casa e l'altra. Troppo piccoli per affrontare l'idea che
le persone che pi amano al mondo non si amino pi,
ammesso che si siano mai amate. Troppo piccoli per capire
che non ci sar desiderio capace di farle tornare insieme.
E l'odierna tiritera della custodia condivisa non
servir a indorare la pillola: per vedere un genitore il
figlio di separati deve abbandonare l'altro.
Il tipo migliore di divorzio  quello in cui non ci sono
figli. Come  successo a me la prima volta. Prendi la
porta e te ne vai, senza guardarti indietro. Avevamo dei
gatti a cui ero molto affezionata. Io e mio marito comunicavamo
miagolando. Quando fin il matrimonio,
non pensai pi neanche ai gatti (finch non ne parlai
in un romanzo dove li avevo trasformati in criceti).
Qualche mese prima che ci separassimo, il mio primo
marito e io, una rivista mi chiese di scrivere un pezzo
sugli attori Rod Steiger e Claire Bloom e il loro favoloso
matrimonio. Andai nella casa in cui vivevano,
sulla Fifth Avenue, e vollero che li intervistassi separatamente.
Questo avrebbe dovuto mettermi una pulce
nell'orecchio ma io non mi insospettivo mai. In effetti,
a ripensarci, mi sembra di non aver mai nutrito un
sospetto in vita mia fino ai cinquant'anni. Comunque
li intervistai separatamente. Sembravano molto felici.
Scrissi l'articolo, lo consegnai, la rivista mi mand
un assegno, lo incassai e il giorno dopo Rod Steiger e
Claire Bloom annunciarono che avrebbero divorziato.
Era pazzesco. Perch non me l'avevano detto? Perch
avevano fatto uscire un articolo sul loro matrimonio
mentre stavano divorziando?
Ma quando fu il mio matrimonio a finire e circa una
settimana dopo un fotografo si present a casa per fare
un servizio sulla nostra cucina, con me e mio marito,
io non c'ero, ovviamente. Me n'ero andata. E avevo dimenticato
l'appuntamento. La giornalista che doveva
scrivere il pezzo era furiosa. Non l'avevo avvertita, e
sicuramente era arrabbiata perch avevo accettato l'intervista
e il servizio sulla nostra cucina coniugale, pur
sapendo che stavo per divorziare. Ma la verit  che a
volte proprio non lo sai. Sei sposata da anni e poi un
giorno l'idea del divorzio si insinua nella tua mente.
Se ne sta l per un po'. Ti ci avvicini e ti allontani. Fai
una lista. Calcoli quanto ti coster. Soppesi i torti subiti,
i pr e i contro. Vai a letto con un altro, vai dallo
psicanalista. E poi metti la parola fine al matrimonio,
non perch sia successo chiss cosa, ma semplicemente
perch ce un posto dove puoi stare per un po' mentre
cerchi un appartamento, oppure perch tuo padre ti ha
regalato tremila dollari.
Anche il contesto ha il suo peso. Il mio primo matrimonio
fin nei primi anni Settanta, al culmine del
movimento femminista. Jules Feiffer disegnava giovani
donne che ballavano come invasate in cerca di se
stesse, e noi eravamo proprio cos. Prendevamo tutto
troppo sul serio. Stendevamo contratti allo scopo di
dividere le incombenze domestiche in maniera pi
equa. Facevamo gruppi di autocoscienza e, sedute in
cerchio, fingevamo che fra noi la gelosia e l'invidia
non esistessero. Leggevamo pamphlet che affermavano
che il personale  politico. E, a proposito, il personale
 politico, anche se non quanto avremmo voluto.
In ogni modo, il vero problema dei nostri matrimoni
non era che i mariti non ci aiutassero con le faccende
domestiche, ma che eravamo giovani donne incredibilmente
irritabili e i nostri mariti ci irritavano oltremisura.
Ricordo che un giorno una donna del nostro gruppo
di autocoscienza scoppi a piangere perch per il compleanno
suo marito le aveva regalato una padella per
friggere.
Lei non ha mai divorziato, comunque.
Tutte le altre invece s.
Eravamo cresciute in un'era in cui non divorziava
nessuno, e all'improvviso divorziavano tutti.
Il mio secondo divorzio  stato del tipo peggiore. C'erano
due bambini, uno dei quali neonato. Mio marito si
era innamorato di un'altra e scoprii la sua relazione che
ero ancora incinta. Ero andata a New York per parlare
con una scrittrice e produttrice, Jay Presson Allen. Al
momento dei saluti, prima che tornassi all'aeroporto
LaGuardia per prendere il volo della Eastern per
Washington, lei mi diede una sceneggiatura, un dattiloscritto
che aveva sulla scrivania, di un inglese che si
chiamava Frederic Raphael. Leggila mi disse. Ti
piacer.
Cominciai a leggerla in aereo. Iniziava con una cena
elegante a cui prende parte una coppia sposata, non
ricordo i nomi, diciamo che si chiamavano Clive e
Lavinia. E una cena estremamente raffinata dove tutti
i commensali sono intelligenti e arguti. Clive e Lavinia
sono brillanti e si punzecchiano in tono amabile e
civettuolo. Tutti li ammirano, e invidiano il loro matrimonio.
Gli ospiti si mettono a tavola e i motteggi
proseguono. A met della cena l'uomo seduto accanto
a Lavinia le posa una mano sulla coscia. Lei gli spegne
la sigaretta sulla mano. La conversazione brillante non
si interrompe. Finita la cena, Clive e Lavinia salgono
in macchina. Niente pi chiacchiere. Arrivano a casa
nel pi assoluto silenzio. Non hanno niente da dirsi.
Appena entrano Lavinia dice: D'accordo. Chi ?.
Ero a pagina 8.
Chiusi il dattiloscritto. Mi mancava il respiro. In quel
momento capii che mio marito aveva una relazione.
Me ne restai cos, impietrita, finch l'aereo atterr. Arrivata
a casa, andai direttamente nel suo studio. C'era
un cassetto chiuso. Ovvio. Sapevo che ci sarebbe stato
un cassetto chiuso. Trovai la chiave. Lo aprii ed ecco la
prova: un libro per bambini, un regalo di lei con una
stupida dedica che parlava del loro amore eterno. Ho
scritto di questa storia in un romanzo, Affari di cuore.
 un libro molto divertente, anche se all'epoca ero
tutt'altro che divertita. Ero folle di dolore. Ero a pezzi.
Mi chiedevo cosa ne sarebbe stato di me e dei miei figli.
Mi sentivo plagiata, idiota, completamente mortificata.
Mi chiedevo se sarei diventata una di quelle donne
divorziate, costrette a trasferirsi con i figli nel Connecticut
e di cui non si hanno pi notizie.
Me ne andai dopo una scenata memorabile. E dopo le
sue promesse tornai. Mio marito entr in un prevedibile
vortice di bugie, bugie e ancora bugie. Io entrai nel
vortice del sospetto e del controllo: aprivo gli estratti
conto della carta di credito con il vapore, facendo giurare
agli amici di mantenere il segreto per poi scoprire
che non ne erano capaci, e cos via. Trovai una ricevuta
misteriosa dell'antiquario James Robinson. Chiamai,
fingendo di essere la segretaria di mio marito, e dissi
che avevo bisogno di sapere cosa fosse l'oggetto in questione
per poterlo assicurare. Si trattava di un'antica
scatola di porcellana con la scritta Ti amo con tutto
il cuore. Probabilmente non molto diversa da quella
che aveva regalato a me un paio d'anni prima, su cui
c'era una scritta che diceva: Ti amer per sempre. Ne
parlo perch sappiate che simili episodi sono parte del
processo: una volta scoperto che ti ha tradita, ti senti
costretta a continuare a cercarne le conferme, fino a
quando ti sei umiliata al punto che non ti resta altro da
fare che andartene.
Quando il mio secondo matrimonio fin, ero arrabbiata,
ferita e traumatizzata.
Ora penso: Ma certo.
Penso: Come si fa a essere fedeli quando si  giovani?
Penso: Pu capitare.
Penso: Le persone si comportano con leggerezza e
non ci sono quasi mai conseguenze (tranne che per i
bambini, come ho gi detto).
Sono sopravvissuta. Sono una seguace del credo Fattela
Passare. Ho trasformato l'esperienza in una storia
divertente. Ci ho scritto un romanzo. Con i soldi guadagnati
ho comprato una casa.
Si dice che, quando  passato, il dolore si dimentica.
 un clich riferito alle sofferenze del travaglio e del
parto: la madre dimentica il dolore. Non sono d'accordo.
Io me lo ricordo, il dolore. Quello che dimentichiamo
 l'amore.
Il divorzio sembra durare per sempre e poi, un bel
giorno, i tuoi figli sono diventati adulti e se ne vanno a
vivere la loro vita e, a parte qualche rara eccezione, non
Hal pi contatti con il tuo ex marito. Il divorzio  durato
molto pi a lungo del matrimonio, ma ora  finito.
Non parliamone pi.
Il punto  che per molto tempo essere divorziata 
stato il fatto principale della mia vita.
E adesso non lo  pi.
Adesso il fatto principale della mia vita  che sono
vecchia.

 La parola con la V.

Sono vecchia.
Ho sessantanove anni.
Non proprio vecchia vecchia, diciamo.
Sei vecchia quando ne hai ottanta.
Ma, agli occhi di una persona giovane, sarei vecchia
e basta.
Per la verit, a nessuno piace ammettere di essere
vecchio.
Al massimo riusciamo ad accettare il fatto di invecchiare.
O di non essere pi giovani.
In questi tempi di fitness, di capelli tinti e chirurgia
estetica,  possibile vivere quasi tutta la vita senza sentirsi
n sembrare vecchie.
Ma poi un giorno un ginocchio cede, una spalla si
blocca, o la schiena, o un'anca. Non hai pi le vampate,
la pelle  flaccida. Compaiono delle macchie. Il tuo
dcollet  rugoso come il nocciolo di una pesca. Se i
gomiti si piegassero all'interno, ti potresti perforare a
morte. Sei cinque centimetri pi bassa. Sei cinque chili
pi grassa e non riusciresti a perdere un etto neanche
se ne andasse della tua vita. Le mani non funzionano
pi come prima e hai difficolt ad aprire le bottiglie, i
barattoli, le confezioni di plastica e soprattutto quegli
involucri che sembrano fusi insieme all'oggetto che
contengono. Se naufragassi su un'isola deserta e avessi
solo cibo sigillato nella plastica, moriresti di fame. Al
mattino prendi tante di quelle pillole che non hai pi
spazio nello stomaco per la colazione.
Nel frattempo il nuovo argomento di conversazione
riguarda Tac e risonanze magnetiche. Come ti guardi in
giro, vedi casi di cancro. Ogni settimana c' una cattiva
notizia. Ogni mese un funerale. Perdi gli amici pi cari
e scopri una delle verit pi amare della vecchiaia: sono
insostituibili. Muore gente che corre per sei chilometri
al giorno e mangia soltanto noci e bacche. Muoiono
quelli che bevono mezza bottiglia di whisky al giorno
e fumano due pacchetti di sigarette. Sei in una lotteria,
l'ultimo gioco del caso, e un giorno la fortuna non ti
sorrider pi. Tutti muoiono. Non ci si pu fare niente.
Anche se mangi sei mandorle al giorno. Anche se
credi in Dio.
(Oh, non c' dubbio che credere farebbe comodo.
Sarebbe fantastico pensare che c' un disegno divino e
che ogni cosa accade per una ragione precisa. Io non la
penso cos. E ogni volta che un'amica mi dice: Tutto
accade per una ragione mi verrebbe voglia di darle
una sberla).
A un certo punto non sar soltanto vecchia, anziana
o vecchiotta... sar vecchissima. L'et mi avr resa
concretamente inabile, qualcosa mi impedir di leggere,
o parlare, o sentire quello che si dice, o di mangiare
quello che voglio, o di fare il giro dell'isolato. Perder
la memoria, su cui riesco ancora a scherzare, e dovr
fingere di capire che cosa sta succedendo.
La consapevolezza di avere davanti a me, forse, ancora
pochi anni decenti, mi ha colpita con forza. Ci ho riflettuto
a lungo. Mi piacerebbe averne ricavato un pensiero
profondo, ma non  andata cos. Provo a immaginare
ogni giorno che cosa voglio fare davvero, cerco di dire a
me stessa: Se questo  uno degli ultimi giorni della mia
vita, lo sto usando per fare ci che desidero fare? Non
ho grandi pretese. La mia idea di una giornata perfetta
prevede un gelato alla crema da Shake Shack e una passeggiata
nel parco (seguita da un Lactaid). La mia idea
di una serata perfetta  una bella commedia a teatro e
la cena da Orso (niente aglio, grazie, altrimenti non
dormo). L'altro giorno ho trovato una pasticceria dove
fanno il mio dolce preferito di quand'ero bambina ed
era esattamente come lo ricordavo. Mi ha resa felice per
una settimana. L'altra sera, mentre risalivamo la FDR
Drive e Manhattan sfoderava il suo spettacolo magico
con le luci, riuscivo a pensare solo a quant'ero stata fortunata
a passare tutta la mia vita a New York, da adulta.
Trascorrevamo l'estate nella nostra casa di Long
Island. Partivamo in macchina con i ragazzi il giorno
in cui finiva la scuola e non tornavamo fino al Labor
Day, il primo luned di settembre. Eravamo sempre l
entro la fine di giugno, il momento dell'anno che preferisco,
quando il sole tramonta alle nove e mezza e hai
la sensazione che potrai vivere per sempre. Il 4 Luglio
c'erano i fuochi d'artificio sulla spiaggia; noi preparavamo
il necessario per il picnic, scavavamo un buco
nella sabbia, accendevamo il fuoco e cantavamo... insomma,
la serata di una famiglia americana convenzionale
(invece che di una famiglia divorziata, allargata,
psicoanalizzata e parecchio moderna).
A met luglio arrivavano le oche. Volavano in formazione,
con le ali che battevano l'aria in un suono che
ti toccava il cuore. Un suono che mi commuoveva. Le
oche si spostavano da uno specchio d'acqua all'altro
preparandosi a migrare verso sud, ma io capivo (dal
puro suono delle ali) che quegli uccelli in volo sopra
le nostre teste erano uno degli elementi che rendevano
cos magica l'estate a Long Island.
Naturalmente il tempo passava, i ragazzi crescevano,
e io e Nick ci ritrovammo soli nella casa. Il suono
delle oche divenne qualcosa di diverso, il primo segnale
che l'estate non sarebbe durata per sempre e che
presto un altro anno sarebbe finito. Poi, mi addolora
dirlo, diventarono il segnale che non solo l'estate sarebbe
finita, ma anche ogni altra cosa. E cos smisero
di piacermi. Anzi, cominciai a odiarle. E soprattutto
a odiare quel suono, che non era il suono del volo -
come avevo potuto pensarlo? - bens uno starnazzio
continuo e cacofonico.
Ora d'estate non andiamo a Long Island e non sento
pi le oche. A volte andiamo a Los Angeles, dove ci
sono i colibr. Mi piace osservarli perch sono cos indaffarati
a trarre tutto il meglio dall'esistenza.

Non mi mancheranno.

La pelle secca.
Le cene come quella a cui siamo andati ieri sera.
Le e-mail.
La tecnologia in generale.
Il mio armadio.
Lavarmi i capelli.
I reggiseni.
I funerali.
La malattia ovunque.
I sondaggi secondo cui il trentadue per cento.
degli americani crede nel creazionismo.
I sondaggi.
Fox tv.
Il collasso del dollaro.
Joe Lieberman.
Clarence Thomas.
I bar mitzvab.
Le mammografie.
I fiori appassiti.
Il rumore dell'aspirapolvere.
Le bollette.
Le e-mail, so che l'ho gi detto ma voglio ribadirlo.
I caratteri di stampa piccoli.
I convegni sulle Donne nel Cinema.
Struccarmi ogni sera.

 Mi mancheranno.

I miei figli.
Nick.
La primavera.
L'autunno.
I wajfles.
L'idea dei wajfles.
Il bacon.
Una passeggiata nel parco.
L'idea di una passeggiata nel parco.
Il parco.
Shakespeare nel parco.
Il letto.
Leggere a letto.
I fuochi d'artificio.
Ridere.
La vista dalla finestra.
Il tremolio delle luci.
Il burro.
Cenare a casa noi due soli.
Cenare con gli amici.
Cenare con gli amici in citt dove non vive nessuno di noi.
Parigi.
L'anno prossimo a Istanbul.
Orgoglio e pregiudizio.
L'albero di Natale.
La cena del Ringraziamento.
Le porzioni generose.
Il corniolo.
Fare il bagno.
Percorrere il ponte in direzione di Manhattan.
Le torte.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
.
Ringrazio, come sempre, Delia Ephron, Bob Gottlieb,
Amanda Urban e Nick Pileggi.
E anche Arianna Huffington, David Shipley, Shelley
Wanger, David Remnick, Paul Bogaards e Maria Verel.
Inoltre J. J. Sacha.
E ringrazio, naturalmente, i miei medici.
...
.
...
FINE.